Una cartolina

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Torna da una giornata faticosa ed entusiasmante in montagna, tutta zuppa nonostante l’abbigliamento tecnico che l’acqua non passa proprio diceva il commesso e invece pure dentro agli scarponi ciaf ciaf eppure Silvia è contenta di avercela fatta, di non essere rimasta indietro, di aver superato passaggi difficili, scivolosi, niente di che niente di veramente rischioso ma il senso di superamento del limite, del proprio limite, e sapere che potrà superarlo ancora, è ciò che la esalta.

Nemmeno questo. Non proprio. Un misto di ce la posso fare ce l’ho fatta e in aggiunta il piacere di ce l’ho fatta da sola.

E ancora: non “da sola”, visto che erano un gruppo consistente.

Da sola perché non conosceva nessuno, appena arrivata, e si era guadagnata la sua posizione, il suo posto fra persone nuove, il suo posto sulla montagna, il suo posto nel mondo, con le sue proprie forze.

E dunque, quando Giuseppe le apre e Sirio e Antas le corrono incontro incuranti di quanto sia bagnata, Silvia sorride con quel sorriso che illumina l’ambiente, ma sta ancora tutta con sé stessa ed è contenta dell’accoglienza ed è ancora più contenta che così sgocciolante com’è nessuno si dispiacerà, si potrà dispiacere, avrà diritto di dispiacersi, se si imbucherà in bagno si libererà di scarponi pantaloni calzettoni con la pretesa di avere il verso left and right e maglietta termica e canottiera di lana e pile e mutande e reggiseno e finalmente sotto una lunga lenta – che invenzione amorevole lo scaldabagno a gas che l’acqua calda non finisce mai – larga doccia che si fa scorrere con riconoscenza per il fatto di essere al mondo, di essere lì, di essere stata là, e tra poco di essere seduta a tavola, dove il compagno innamorato ha apparecchiato – l’odore è arrivato appena riaperta la porta del bagno, più forte di quello del sapone all’olio di oliva – una sontuosa lasagna, peraltro da Silvia stessa cucinata e congelata qualche giorno prima.

Insiste a chiamarla la passeggiata, manco lui fosse Messner?, e non le è ancora chiaro se per trascuratezza linguistica o sfottimento a distanza.

Escursione, capito? Non passeggiata. Escursione. Oh!

Silvia lo dice un po’ vezzosa e intanto gli appoggia la mano sul ginocchio.

Non è giusto. Ne abbiamo parlato. Eri d’accordo. Non andrei se tu mi fossi contro, ma così non è giusto.

Sono seduti sul divano a tre posti. Mentre dice vieni qui Silvia in effetti va lì, e cioè dalla posizione in rannicchio con le braccia che tengono le gambe piegate verso il tronco scivola verso Giuseppe e gli si strufola un po’ addosso per farsi prendere in braccio o almeno mettersi stesa con le gambe di Giuseppe per cuscino.

Giuseppe lascia fare, né aderire né sabotare. Silvia sta un po’ e si ritira su.

Pausa di indeterminatezza, di quelle pause che c’è qualcosa nell’aria che aspetta di posarsi.

Silvia si stiracchia, si alza, si avvia verso le scale e la camera da letto.

Il tono di Giuseppe è neutro. Vuole essere neutro. Si impegna alla neutralità. È contenuto. È political correct. È arrivata una lettera per te.

“Sono poche parole”? L’hai letta? Hai letto una lettera indirizzata a me? Come hai potuto? Devo aver capito male, meglio che mi calmi e chieda.

Silvia ridiscende i pochi scalini che aveva salito, si dirige verso la credenza, uno di quei mobili via di mezzo fra modernariato e vecchiume, dove spicca un panorama di mare verde su rocce bianche e casette di vari colori pastellati.

Carissimo amore mio, è passato tanto tempo dall’ultimo nostro incontro. Ora ho capito che sei l’unica donna che voglio avere accanto per tutta la vita. So di averti fatto male. Perdonami. Se vorrai farlo io sarò quì ad aspettarti per amarti come non ho mai smesso di fare.

Niente firma.

Giuseppe non è più nel soggiorno. Silvia si rigira la cartolina fra le mani, la annusa come se la salsedine potesse sprigionarsene, rilegge, riguarda la foto.

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