Un buon caffè di prima mattina

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Uffa.

La mattina è cominciata come sempre. Sveglia alle cinque e mezza. È notte. Anche in piena estate alle cinque e mezza sarebbe notte, figuriamoci a gennaio. Notte fonda. Il bambino entra all’asilo alle otto, non ci sarebbe bisogno di svegliarsi così presto. La più grande sale sul pullman alle sette e mezza, e anche se mi fa piacere preparare loro la colazione, con due ore di anticipo altro che colazione. Non è per questo, infatti. È che alle cinque mi sveglio. Ci ho provato, a riaddormentarmi: niente da fare. Mi sveglio significa che smetto di dormire, non che ho finito il sonno. Quindi, dormirei ancora, ma se resto al letto mi comincia a mancare il respiro. Perciò, mi concedo una mezz’ora e mi alzo. Non ho bisogno di guardare l’orologio: alle cinque sveglia, alle cinque e mezza in piedi, il cucù della cucina me lo confermerà.

Un caffè. L’odore del caffè.

Prima l’odore della polvere di caffè, poi l’odore della prima schiuma che esce, infine l’odore nella tazzina. Sono odori diversi, che partecipano di una sequenza virtuosa.

La giornata comincia sistematicamente con un incubo, a cui devo il risveglio. Sempre lo stesso. È il caffè a rimetterla in sesto.

Con il caffè ho acceso anche il camino, mi siedo con il pigiama di flanella a rigone da carcerato e mi gusto sorso sorso, cercando di indovinare se dalla finestra, tra due ore, entrerà luce, o grigio. Non cambia molto, per la verità. Come si dice, far di necessità virtù, no? Sono brava, in questo, è la mia specialità. Il caffè, da intanto mi faccio un caffè l’ho trasformato, giorno dopo giorno, in abitudine gradevole fino a consolidarlo in un piccolo rito di piacevolezza, quale oggi è stabilmente. Sono brava, l’ho detto. Talmente brava che posso propormi di fare almeno due miracoli al giorno e ci riesco pure. Un pochetto baro, perché il primo è sempre il caffè, ma il secondo lo faccio sempre, giuro. Ad esempio ieri ho fatto fiorire una Frithia pulchra, l’altro ieri ho strappato un sorriso alla postina, oggi chissà.

Se mi sono sempre svegliata alle cinque? No, non sempre.

Se mi ricordo da quando? Questo è facile: da quando ci siamo trasferiti qui. Un’occasione da non perdere: due piani un interrato abitabile quasi un ettaro di giardino un vero affare, un affarone.

Lui sta lì, pacioso, tranquillo, che dorme il sonno del giusto, dice lui.

L’ha messa che se restiamo a Firenze con questi affitti si chiude invece sull’Appennino danno contributi a chi impianta un’attività artigianale o industriale e per quello che faccio io stare a Firenze o sull’Appennino non cambia, tanto sempre in giro per tutta Italia mi tocca andare a vendere e riscuotere. E poi c’è l’aria buona, i ragazzi crescono senza tanti grilli per la testa.

Lo amavo, allora.

È stato anche entusiasmante, cercare la casa, ristrutturarla, dare una forma al giardino, creare l’angolo giapponese, il roseto, la piccola serra per le piante succulente, scegliere le tende, i colori dei divani, disporre le collezioni di fischietti pugliesi.

Alle cinque di mattina mi sveglio, alle cinque e mezza il caffè.

La mattina alle cinque, a gennaio, è normale che faccia freddo, direte. Certo. Resta il fatto che io, qui, ho sempre freddo. Così, tutto il tempo lo passo in cucina. Non solo la mattina. In cucina faccio i compiti con il bambino, in cucina si pranza, in cucina lavoro a maglia. Questa casa non si scalda mai. Soltanto la cucina si scalda, con il camino.

La mattina tra le cinque e mezza e le sette l’ho fatto diventare il mio piccolo regno. Il caffè, seduta sulla poltrona davanti al camino, è la prima tappa. Poi, dipende dall’umore, dalla qualità dei sensi di colpa della giornata, dalla voglia, se stirerò o preparerò il sugo o risolverò qualche parola incrociata. In ogni caso, per le sette sarà tutto apparecchiato per la colazione di tutti. In fondo, per me ho sì e no un’ora scarsa. Qualche volta la passo solo fissando la finestra a misurare l’arrivo della luce, e l’alternare il movimento della fiamma alla finestra appannata e imperlata di goccioline di condensa mi fa andare lontano.

Quanto lontano? Molto, molto lontano. Torno. Torno regolarmente. Finora sono tornata con regolarità. È anche vero che ogni volta il ritorno è più faticoso.

Io non me ne accorgevo. Me l’hanno fatto notare altri. Si rivolge a me sistematicamente in modo negativo. Niente di grosso, niente di eccessivo, ma uno stillicidio di sì sì carina questa ceramica che hai fatto ma una bella lasagna sarebbe meglio, no? Oppure mi lascia incarichi di cose pratiche da sbrigare e mai una volta che gliene risultasse una giusta, trova sempre un particolare inappropriato, o sbagliato, o che andava fatto così se io l’ho fatto cosà e, naturalmente, cosà se io l’ho fatto così. Me ne stranivo, mi dispiaceva.

C’era la mia amica del cuore, che mi era venuta a trovare da Firenze, di pomeriggio, prendevamo il the, chiacchieravamo tranquille. È rientrato prima del previsto, sì e no ha salutato, ha bofonchiato certo che se il fuoco non lo si alimenta si spegne, poi ci deve aver ripensato, è tornato a salutare per bene Giuliana e tra una battuta a l’altra è riuscito ad inserirci meno male che con te almeno parla perché con me non fa proprio niente, invece.

Giuliana era imbarazzata. In quel momento, ho sentito qualcosa che andava storto, senza rendermi conto fino in fondo di che cosa.

Nei giorni, settimane, mesi successivi ha continuato con le allusioni, sempre più pesanti, sempre più esplicite, e con persone sempre più lontane e meno confidenti. Questo suo modo di mandarmi a dire le cose utilizzando chiunque come sponda di un biliardo in cui io sono il pallino mi ha fatto infuriare a lungo. Adesso, niente mi sfiora più.

*** *** ***

Io non ci sono: sono soltanto uno sguardo. Vedo il letto matrimoniale sfatto da una parte sola. Lui non ci ha dormito. Ci dorme due notti a settimana, e nemmeno tutte le settimane – lavoro, certo, come negarlo – ed è come se in quelle due notti volesse recuperare con una scopata ben fatta le carezze mancate le decisioni che ho dovuto prendere da sola dall’idraulico che non si trova al piccolo che si fa la pipì sotto a scuola perché si vergogna a chiedere a quella maestra che non gli piace e le notti passate da sola. È un maschio, che ne sa? Crede che la lontananza acuisca il desiderio perché per lui è così e non capisce che la distanza è distanza e che me ne faccio della quotidiana telefonatina di buona notte, fredda, scontenta dell’albergo grigio di nebbia padana o appiccicoso di scirocco siciliano.

Il posto dove ho dormito, a toccarlo, forse sarebbe ancora caldo. Ma nemmeno: questa casa è fredda, è fredda nel midollo nelle intercapedini nelle giunture, niente si scalda come si deve.

Lo sguardo esce dalla stanza e l’agitazione cresce. Non voglio entrare nella stanza del bambino, ho paura. Mi aspetto di vederlo aggrappato all’enorme coccodrillo di peluche e il movimento interno mi invade e anche se non sono un corpo – sono soltanto uno sguardo – lì dove sarebbe l’intestino tutto si aggroviglia e lì dove sarebbe la gola la sensazione è di un intreccio di molliche che sono andate per il buco sbagliato e perdo il respiro.

La porta della stanza del bambino si apre. Non cigola. Anzi, ora mi rendo conto che non ci sono suoni né rumori. Vado verso il vaso cinese sul comò in corridoio, lo spingo e si frantuma sul marmo senza un gemito. Adesso so che non mi servirebbe che la bocca si aprisse e i polmoni spingessero perché non sarebbero possibili emissioni sonore di alcun genere. Così, l’orrore non può esprimersi e non gli resta che implodermi, in questo sguardo senza corpo che, tuttavia, non ha terminato. Se fosse un sogno, come forse è, il momento in cui l’urlo non esce dovrebbe essere quello del risveglio liberatorio. Invece lo sguardo continua la ricognizione, come se non ne avesse abbastanza, o come se dovesse completare la discesa agli inferi o come se non fosse sazio ed avesse il bisogno di attingere a ciò che, lo sa, scoprirà all’aprirsi della porta della ragazza.

Adesso vorrei proprio ricordarmi: ho già preso il caffè, stamattina?

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