Terminali

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Ti ho vista, qualche volta, che ti aggiri a larghe falcate, nella notte a scrosci. Figura elegante, alta e sinuosa, vestita di grigio scuro con falde svolazzanti. La falce fa parte dell’immaginario contadino: è superata.

Quindi, quella che osservavo sfilare attraverso la finestra era una morte senza l’attrezzo storico, come un fumetto ben disegnato che si muove armoniosamente, attraverso le colline i campi di grano appena sbocciati si sofferma a scrutare in qualche casa senza alcun intento specifico. Non in missione per ottenere qualche risultato: solo in giro di piacere.

L’immaterialità le consente di godere addosso degli effetti di potenza di vento e pioggia senza subirne il fastidio. Ha una condizione fortunata, sotto questo aspetto.

Anche sotto molti altri aspetti, a pensarci bene, vive (vive?!) una condizione fortunata.

Ad esempio, è totalmente priva di sensi di colpa. I only do my job. Ma no, non lo sente affatto come un lavoro. Nemmeno come una missione. E nemmeno come è un mestiere schifoso baby ma qualcuno deve pur farlo.

È, puramente e semplicemente, il suo modo di essere. È la necessità. Una sola considerazione dovrebbe bastare a farcela simpatica: come sarebbe, tutto, “senza”?

Questo è stato esplorato, in più direzioni. La incommensurabile tristezza degli hilander, condannati a vivere per sempre ed a perdere tutte le persone care, a non poter amare nessuno senza la consapevolezza di io resterò così e tu invecchierai e morirai e così sarà per il prossimo, o la prossima. Non si può escludere che, se ci fossero, individui così svilupperebbero forme di cinismo protettivo. Non lo si può escludere, già. Ma: il cuore protetto dell’hilander batterebbe allo stesso modo di un cuore mortale?

La morte amica è il titolo di un bel libro, scritto da una psicologa francese che dirige un centro dove vanno a morire, ben assistiti, i malati terminali.

Terminali.

Vale la pena soffermarsi su questa parola. Mi si associa a termiti, anche se so che solo di un’assonanza si tratta. Giunti al termine, alla fine. Terminati. Terminator. Termineranno. Saranno terminati.

Quale potrebbe essere un’espressione meno political correct? Moribondi non è più bello, come suona? È rotondo in bocca. Il gerundio ha poi sempre un che di volteggiante a spirale. Moribondo, sì. Meglio. È più vero. Sta per morire è più affettuoso della pretesa asetticità di malato terminale.

È morta soffocata nel sangue. Me lo avevano detto che sarebbe stato così. Mi chiedeva aiuto. Da quando si è svegliata ed ha chiamato sono stata accanto a lei tre lunghe ore a farmi forza di non poter far niente per lei se non esserci sostenerla rassicurarla.

Così una figlia mi ha raccontato una morte.

La frase più atroce mi è sembrata me lo avevano detto che sarebbe stato così.

Dunque, amica svolazzante nella notte, perchè non fai meglio il tuo mestiere, e ci aiuti ad essere saggi, ad accettare la finitezza, a capire quando non è più il tempo, ed è un altro tempo?

Alla fine, avrai lo stesso fatto il tuo lavoro, no?

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6 risposte a Terminali

  1. catia scrive:

    e’ quello che penso anch’io…perche’ il sapere che c’e la morte, prima o poi, non ci aiuta ad essere saggi, ad accettare gli altri nella loro umana finitezza e a capire, quando arriva il momento, che si e’ chiusa una fase? ma forse e’ cosi’ e noi non lo sappiamo

    • Stefano scrive:

      mi son messo nel paradosso: l’autore non commenta i propri scritti, e però li propone anche come mezzo di comunicazione, e come si fa a non rispondere a chi commenta? Perciò, sul filo della contraddizione: Margherita, certo che ho intenzione di continuare a scrivere! Catia: è per me sempre interessante sapere che cosa suscita nell’altro quello che scrivo.

  2. margherita scrive:

    cavolo!!! proprio questo ho letto x primo…..molto bello jack, davvero! ….ma nn avevo dubbi!! nn smettere ti prego

  3. Stefano scrive:

    grazie 🙂

  4. Uliana Petrucci scrive:

    E’ bellissimo

    • Anonimo scrive:

      Bello, fluttuante e concreto. Terminale mi sa di data di scadenza sul cartone del latte.A voler assumere che “Le parole fanno le cose” il vocabolo è inquietante per le aspettative evocate e per il sottile brivido verso la scommessa per una profezia possibile da avverare. Entrare all’ “Ospedale degli incurabili” magari entrando da Piazza della morte (Napoli,Viterbo) chissà se ha qualche effetto sulle difese immunitarie? Preferisco “vivo-morto”.
      “..finchè ci sono io non c’è la morte..” Grazie per lo spunto di riflessione Bettina.

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