Kibbutz al confine con Gaza

Jorahm
Andiamo a trovare Jorahm, un archeologo di origine marocchina che vive in un kibbutz al confine con la striscia di Gaza. E’ un personaggio, un bel tipo: ha vissuto per 15 anni in un kibbutz: tutti i guadagni si mettono insieme e la comunità pensa alle spese comuni … insomma non è proprio così banale.

Che cos’è il kibbutz
In origine era un approccio socialista, adesso non è più così da nessuna parte anche se si chiamano ancora kibbutz. Molti vivono nei kibbutz perchè, allo scopo di preservarne l’esistenza, ci sono particolari agevolazioni fiscali.

I kibbutz che abbiamo visto sono tutti completamente recintati.

Jorahm ora vive con la famiglia nella parte “privata” del kibbutz, cioè in villette che del kibbitz condividono soltanto il recinto.

Adesso fa l’archeologo sia in Israele, facendo ricerche sui terreni prima che si costruisca, sia in Polonia, su un campo di sterminio.

Vivere al confine con Gaza
Ci spiega che il pallone ormeggiato a terra funge da avvistamento per i razzi che arrivano da Gaza.

Ogni casa ha una stanza a prova di razzo, e dal momento dell’allarme hanno dai 20 ai 40 secondi per rifugiarvisi. Per chi sta fuori ci sono altri piccoli bunker. Ci mostra le protezioni sopra e di lato ad una scuola, un campo di pallacanestro all’aperto sormontato da una struttura di cemento.

bunker contro i razzi, vicino alla fermata dell'autobus

Percepisco a pelle la paura di vivere così, e non posso fare a meno di pensare ai bambini dell’asilo palestinese morti sotto un bombardamento, dove temo che non disponessero, e non dipongano ora, di protezioni nemmeno simili.

Anche stavolta non mi sento di dirlo. Alla fine ho deciso di ascoltare, di capire per quanto possibile.

Jorahm è parte della sinistra israeliana, fosse per lui gli insediamenti non ci sarebbero e semmai ne caccerebbe i coloni, e tuttavia dice quando ti cade un razzo a 50 m da casa – e ci mostra il buco – che devi fare? Avevo amici a Gaza, gente con cui prendevo il caffè, poi Hamas ha rovinato tutto. Gli dico ma 20 o 10 anni fa Hamas non c’era, perchè è cresciuto? Lui dice di volere solo la pace, che non è interesse di nessuno vivere così, ma come si fa se quelli vogliono distruggerti? Capiscono solo la forza.

Come eludere la sorveglianza militare

Ci porta con la jeep all’esterno del recinto, ma la strada è bloccata da automezzi militari

Così fa un giro strano, si fa aprire un cancello che dovrebbe restare chiuso,

finchè arriviamo vicini alla postazione di un carroarmato, che al momenot non c’è, che punta su Gaza.

Infine, un monumento sonoro: batacchi di legno intervallati a tubi di acciaio, tanti quanti gli anni – 18 – del ragazzo del kibbutz ucciso da un razzo.

Gaza sullo sfondo

Gli chiedo “come pensi – non come speri – che le cose possano evolvere?”.

Mi è venuta questa domanda, e la ripeterò ad ogni singolo ebreo e palestinese con cui verrò in contatto in questo viaggio. La risposta sarà diversa solo per qualche sfrumatura, ma la sostanza sarà identica.

Sempre peggio, è la risposta. Noi ormai siamo abituati a vivere nel timore, se ho un appuntamento con qualcuno arrivo mezz’ora prima e mi guardo intorno per cercare le vie di fuga in caso di necessità….

Sono abbastanza avvilito.

Il servizio militare
Obbligatorio per tutti, maschi e femmine, dai 18 anni per 3 anni. Poi uno o due mesi all’anno fino a 25 anni. Il gruppo iniziale resta tale per tutto il tempo, così si forma una specie di comunità, che risponde collettivamente ai bisogni dell’esercito. Quindi non importa se qualcuno manca purchè sia assicurato quanto serve, il che significa che se qualcuno mancherà qualcuno lavorerà di più, per cui controllo sociale reciproco misto a solidarietà.

In realtà è obbligatorio solo per gli ebrei. Arabi e cristiani, anche se cittadini di Israele, non vi sono obbligati. Possono chiedere di farlo. Questo ho capito, da risposte che a volte mi sono sembrate un po’ reticenti, come se si mettesse a nudo una contraddizione grande.

Supermercati e pistole
All’ingresso c’è dovunque una guardia privata che ti chiede se hai una pistola nella zaino (molti le portano).

3 risposte a Kibbutz al confine con Gaza

  1. Stefano scrive:

    Io la continuo a ringraziare per le tante preziose informazioni, ma perchè mi continua a criticare così aspramente per qualche mia – inevitabile: sono impressioni da un viaggio di due settimane, non una tesi di laurea – approssimazione?

    In fondo ho riportato fedelmente quanto mi è stato detto da chi lì ci vive, e non mi pare che mi abbia contestato qualcosa nello specifico.

    • Viva Israele scrive:

      Perdoni la mia veemenza nello scrivere. Non volevo essere molesto nel suo blog. E’ che da anni mi confronto su vari forum con persone sicuramente in malafede o peggio che odiano Israele e quando leggo certe cose tendo a partire a testa bassa. Lei comunque provi ad approfondire alcuni argomenti che le ho suggerito: la storia del kibbutz è affascianante. Ho avuto modo di visitare Degania, il primo kibbutz nato nel 1900 sulle rive del Kinneret: ho sentito potente la forza di quegli uomini e donne che a prezzo di indicibili fatiche, sofferenze, dolori hanno reso possibile un miracolo chiamato Israele

  2. Viva Israele scrive:

    Ancora incredibili superficialità nel descrivere cose che ignora e che sembra non interessato ad approfondire:
    Storia del fenomeno comunitario: la stagione dei kibbutzim

    Posted in Blog

    Storia del fenomeno comunitario: la stagione dei kibbutzim
    Come risulta chiaramente da quanto scritto nel post Comunitarismo ottocentesco tra eresia ed utopia, la fine dell’800 ed i primi anni del ‘900 vedono l’estinzione o l’irreversibile declino di diverse esperienze comunitarie americane (gli shakers, la Harmony Society, Zoar, Oneida). Nello stesso periodo, in Palestina, qualcosa di molto significativo sta vedendo la luce. Parliamo della stagione dei kibbutzim che avrebbe rappresentato, senz’altro, una delle pagine più significative del fenomeno comunitario internazionale. Sappiamo del resto che la Palestina ha anche avuto, nelle comunità essene, un importante precedente storico.
    Negli anni ‘80 dell’800, grossomodo in contemporanea con la dissoluzione di Oneida negli Stati Uniti, emerge l’ideologia sionista (caratterizzata, tra le altre cose, da una decisa vocazione ruralista) che individua nell’esodo degli ebrei in Palestina un momento di riscatto da una loro condizione di apolide — talora profondamente sofferta ― precarietà. Tra il 1880 ed il 1890 circa 15000 ebrei, soprattutto dalla Russia del sud, si trasferiscono nella “terra promessa”, dando vita ad un fenomeno conosciuto come First Aliyah.
    L’incalzare di pogroms, in Russia, nei primissimi anni del ‘900, alimenta ulteriormente l’esodo in atto. Verso gli Stati Uniti e, ancora una volta, verso l’ottomana Palestina.
    Questa, tuttavia, era un territorio piuttosto ostile per diverse ragioni: arido, paludoso, pietroso quando non desertico, infestato, in molte aree, da malaria, tifo e colera. Gli ebrei immigrati non avevano, in principio, grandi competenze agricole mentre clan di beduini nomadi, esperti di razzie, finivano per rendere loro la vita quasi impossibile. In un contesto di questo genere, la nascente cultura del kibbutz (che significa letteralmente “incontrarsi”, “aggregarsi”) ha rappresentato, per gli ebrei, l’unica modalità di sopravvivenza.
    Nel 1909 viene dato avvio alla prima esperienza di kibbutz (Kvutzat Degania), nell’area sud del mare di Galilea. Questa coinvolge undici giovani che, tuttavia, hanno modo di comprare la terra grazie al contributo della comunità ebraica internazionale, molti membri della quale si sono dati da fare per raccogliere i soldi necessari.
    Nel 1914 il kibbutz ha quintuplicato il numero dei suoi membri ed ha iniziato ad ispirare esperimenti simili.
    Nel procedere degli anni, l’esodo degli ebrei non si arresta, tutt’altro, partendo anche dall’Europa centrale ed orientale. Gli anni ‘20 vedono una fioritura dei kibbutzim che, sin dal momento della fondazione, tendono a coinvolgere un numero più cospicuo di persone di quante ne fossero a Degania, alla fine della prima decade del ‘900.
    Nel 1922 circa 700 persone vivono in kibbutzim, in Palestina, ciascuno dei quali ha la propria scuola, le proprie fattorie ed allevamenti di animali.
    I kibbutzniks (membri dei kibbutzim) diventano 4000 dopo soli 5 anni mentre alla vigilia della seconda guerra mondiale rappresentano il 5% della popolazione ebraica residente in Palestina.
    A partire dagli anni ’20, il movimento dei kibbutzim inizia a differenziarsi per orientamento politico e religioso.
    Nel 1927 nasce Kibbutz Artzi, “l’ala sinistra” del movimento, in cui ha modo di affermarsi, con particolare successo, il principio della parità tra i sessi.
    L’anno successivo vede la luce Chever Hakvutzot, l’Associazione di Kvutzot, in cui viene stabilito che i kibbutzim debbono avere una popolazione sempre inferiore alle 200 unità, per la maggiore coesione, fiducia e capacità cooperativa dei membri.
    La principale federazione di kibbutzim, tuttavia, sarà Kibbutz Hameuhad (Kibbutzim Uniti), che federerà il maggior numero di membri.
    A partire dalla fine degli anni ’40 inizia a prendere corpo anche l’ala cosiddetta “religiosa”, che avrebbe dato vita al Movimento Religioso dei Kibbutzim. Alcuni kibbutzim di ispirazione religiosa vengono oggi identificati con il Chassidismo Hippy che ha in figure come il rabbino Shlomo Carlebach i principali referenti culturali.
    Merita menzionare, per comprendere la versatilità del movimento dei kibbutzim, che questi avrebbero anche avuto un importante ruolo militare, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’30, quando i rapporti con gli arabi si deteriorarono in maniera drammatica. In particolare, i kibbutzniks si distinguono come combattenti nella guerra arabo-israeliana del 1948.
    Negli anni ’60 il benessere arriva nei kibbutzim; i kibbutzniks vedono il loro tenore di vita aumentare più velocemente di quello della popolazione di Israele in generale. Il trend si mantiene bene nel corso degli anni ’70, con buone ricadute occupazionali.
    Sul calare degli anni ’70 e nel corso degli anni ’80 inizia un periodo critico, in sinergia con una ben più ampia e grave crisi economica.
    I forti livelli di indebitamento inducono molti kibbutzim, fino a quel momento a decisa struttura collettivista (almeno nella maggior parte dei casi) a percorrere la strada della privatizzazione .
    Oggi, il processo di privatizzazione ha coinvolto la stragrande maggioranza dei kibbutzim (che vengono qualificati come “rinnovati”, al contrario di quelli che hanno deciso di mantenere la vecchia struttura collettivista e vengono indicati come “modello cooperativo”); in alcuni casi sono stati privatizzati anche due servizi considerati, in genere, intoccabili: la sanità e la scuola.
    A conclusione di paragrafo, merita riportare stralci di un intervista che ho fatto ad Ilay, un ragazzo israeliano di 25 anni, nato e cresciuto in un kibbutz collettivista (che ha poi seguito la via della privatizzazione) e con una nutrita esperienza in altri due kibbutzim:

    «Sono nato in un kibbutz dove ho vissuto fino ai 5 anni di età. Rappresento la terza generazione perchè mio padre è anche nato in un kibbutz e mio nonno era venuto dalla Germania per costruirlo.
    Si chiama Cabri. Era un kibbutz regolare ma, come la maggior parte degli altri kibbutzim, è stato privatizzato. Quando ci sono nato, i bambini vivevano tutti insieme, in una loro casetta con qualcuno che se ne prendeva cura. Era la vecchia idea comunitaria: una persona si prendeva cura dei bambini , una persona cucinava, un’altra lavava i piatti, a rotazione. Ricordo mi sentivo molto protetto, ogni cosa era gratis, si giocava con gli altri bambini e vivevamo tutti molto vicini. Oggi a Cabri vivono 150 famiglie, 400-500 persone. C’era una edificio comune con la sala da pranzo e vicino un club, per sedersi e bere un caffè insieme. C’era una segreteria che si preoccupava anche di smistare le macchine disponibili quando necessario, una galleria per gli artisti, un’infermeria e poi, tutto intorno, c’erano le case delle famiglie dei membri, la fattoria, i campi dove pascolavano gli animali. Coltivavamo banane, avocado, uva ed allevavamo mucche e polli. C’era anche una scuola interna per i primi 6 anni, poi si andava in una scuola esterna che aggregava i bambini di vari kibbutzim. Avevamo anche una piccola fabbrica per lavorare il ferro. Ora questo kibbutz è organizzato in maniera molto diversa. Il manager della fabbrica e della fattoria hanno, ad esempio, stipendi più alti dei normali lavoratori. Un tempo il salario era lo stesso, una paghetta uguale per tutti. Oggi molte persone lavorano fuori, è permesso e questo ha comportato un grande cambiamento. Mio padre ed un mio amico che ancora vivono lì sono contenti ci sia stata questa trasformazione; ritengono abbia portato più benessere materiale e più libertà. D’altro canto, abbiamo perso uno stile di vita molto speciale, molto intimo e semplice. I soldi hanno reso i membri più orgogliosi, superbi, hanno creato maggiore separazione. Ancora alcuni pasti sono consumati in comune, soprattutto il venerdì sera. È un momento molto importante. Ci sono poi le vacanze insieme, come in passato. Si consuma, in genere, solo un pasto in comune. Oggi la scuola continua ad esserci anche se è a pagamento, dunque si può scegliere se mandare i figli in questa scuola o in una scuola esterna ma, in genere, si opta per la scuola interna. Il posto è molto vicino al confine libanese ed alla città di Naharya. Dai 5 agli 8 anni sono stato in un altro kibbutz (Rosh Hanikra, 10 chilometri a nord di Cabri). Eravamo lì, con la mia famiglia, in qualità di “lavoratori” ed avevamo un salario, pur dovendo pagare per il cibo e l’affitto delle casa.
    Negli ultimi tempi sono stato in un altro kibbutz ancora: Neot Smadar, nel sud del paese, a 40 minuti dal confine con l’Egitto. Neot significa oasi e Smadar è il nome della moglie del fondatore. Questo è una sorta di kibbutz new age, organizzato in maniera molto simile ai kibbutzim storici. Questo kibbutz ha trovato delle soluzioni originali mantenendo il modello comunistico originario. C’è la sala per mangiare, dove si mangia 3 volte al giorno insieme. I bambini mangiano in un’altra stanza perchè è abitudine mangiare in silenzio [su questo punto è possibile riscontrare una diretta continuità con le comunità essene]. C’è una lavagna dove sta scritto, per qualunque settore del kibbutz, quante persone servono: ad esempio, in cucina ne servono 4, nei campi 7 e ciascuno si segna per questo o per quello. Non esiste salario; siamo dunque nell’ambito della concezione classica. Non circola denaro, qualunque cosa serva ai membri viene segnalata all’economo che la compra fuori. L’economia del kibbutz è alimentata dalla vendita di quel che produce (olio, vino, frutta). Le persone non vivono fuori il kibbutz, non ci sono lavoratori esterni, salvo un caso. Chi si vuole allontanare lo può fare ma a sue spese.
    Droghe ed alcool non sono ammessi mentre il cibo è integralmente biologico».

    Oggi i kibbutzim si distribuiscono i 3 diversi movimenti:

    1. Il Kibbutz Movement, in cui sono confluite le principali organizzazioni storiche. Coagula più dell’85% dei kibbutzim presenti in Israele;
    2. Il Religious Kibbutz Movement Hapoel HaMizrachi, cui è stato precedentemente accennato;
    3. Agudat Israel Workers.

    Io ho tanti amici in Israele: a Tel Aviv o a Gerusalemme: non hanno paura ad uscire e a vivere, sono molto aperti alla vita come la maggior parte degli israeliani. Gli attentati non li intimoriscono: la vita per loro è più importante di tutto e amano viverla pienamente.

    La leva obbligatoria per gli ebrei è possibile a domanda per cristiani, drusi, circassi, beduini e mussulmani. Negli ultimi anni cristiani e mussulmani si arruolano sempre più spesso nell’esercito perché cominciano a capire l’importanza di sentirsi parte di uno stato. Drusi, beduini e circassi si arruolano da sempre e sono dei soldati fieri e valorosi.

    All’ingresso dei supermercati, dei ristoranti e degli hotel ci sono delle guardie proprio perchè nei periodi più critici i peggiori attentati sono stati perpetrati proprio in questi luoghi: e come ripetono, ci tengono alla sicurezza e alla vita. Coloroche portano armi sono autorizzati e spesso hanno evitato stragi e ucciso terroristi che avevano compiuto attentati.

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