Fra Joice e Proust

Di Joice aveva incontrato su una bancarella una vecchia edizione Medusa – quelle dal dorso verde – dell’Ulisse, a cui non aveva mai avuto prima il coraggio di avvicinarsi, ed era rimasto estasiato dalla scrittura. Dopo qualche decina di pagine si trovò con una certa frequenza a cercare indietro collegamenti e significati di successioni di fatti dei quali faticava a trovare la connessione. Quando si ridusse – il germe del fallimento stava già nell’approccio webico – a consultare Wikipedia, che offriva un compendio riassuntivo per capitolo, si rese conto di aver letto senza aver capito assolutamente niente del senso degli accadimenti. Si accontentò, deluso, della grande scrittura assaggiata fin dove aveva resistito.

Proust, invece, gli era proprio estraneo, con quell’insopportabile odore di dolcetti al burro da piccolo mondo antico. Conosceva qualcuno che aveva letto tutta la Recherche, e più volte. A lui era capitato di ascoltarne brani letti alla radio, di leggerne citazioni qua e là e, con qualche piccola vergogna interiore, non aveva trovato ragioni per cambiare la sua sensazione di noia profonda.

L’accoppiata del titolo gli veniva in mente la mattina quando, come ogni giorno, cercava una serie ripetibile, che gli facesse risparmiare tempo e iter decisionale, dell’apparecchiare e consumare la colazione.

Da qualche anno, peraltro, la colazione seguiva uno standard di contenuto alimentare, perciò non sarebbe dovuto essere troppo difficile individuare la sequenza ideale di attività. Eppure ci inciampava ogni volta.

Decise perciò, chissà perché proprio quella mattina, di elencare su un foglio i fattori per trovare la catena ottimale di attività. Ricordò un film svedese, con un tipo lungagnone il cui lavoro era passare le giornate su un alto trespolo, nella cucina di una casa standard, ad appuntare la progressione di movimenti della donna nelle varie attività quotidiane. Probabile annuncio di Ikea.

La colazione, dunque, consisteva prima in una spremuta di arance e poi in una tazza di the accompagnata da due fette di pane spalmate di miele.

Tutto qui. Semplice, no?

E già. Semplice

Quale semplice?

Bisognava scegliere le arance più mature – le più moscette al tatto – e farle a metà sul tagliere di legno, sul quale qualsiasi essere femminile fosse passato in quella casa aveva avuto qualcosa da ridire circa il fatto che il legno assorbe i sapori, mantiene i colori, si sminuzza impercettibilmente ad ogni taglio e via pontificando sugli infiniti potenziali attentati alla salute. Il che gli sembrava poco sottilmente sottintendere ci vorrebbe una donna come me, qui.

Dunque, per spremerle, le arance spaccate a metà, usava uno spremiagrumi di foggia antica, grande, pesante, di vetro trasparente come quei vecchi bicchieri da osteria. Per svuotare il quale era stato necessario selezionare con attenzione un contenitore adatto – aveva scelto una tazza dal largo diametro – visto che dallo spremiagrumi liquido e polpa tendevano a strabordare e con un normale bicchiere una buona parte sarebbe finita nel lavandino.

Dove, con cirscospezione, svolgeva l’operazione, dopo le prime esperienze di travaso debordante.

Finora abbiamo solo due arance, un coltello, un tagliere di legno, uno spremiagrumi di vetro e una tazza e, nonostante i tentativi di richiamo alla complessità, il tutto continua a sembrare piuttosto semplice, nei fatti.

Insomma.

Lo spremiagrumi era stato sostanzialmente imposto dall’assistente di volo biondina carina che lo aveva scovato – giusto per te! aveva esclamato nel tirarlo fuori dalla sacca di tela – a New York. Si era figurato a Brooklyn, in qualche negozio di cianfrusaglie italiane, ché sembrava identico a quello che da bambino si trovava in ogni casa, quando l’età della plastica non si era ancora affermata, anche se non si sentiva di escludere si potesse trattare di un oggetto nuovo finto vintage. Si era sentita chiamare, aveva detto, da quell’oggetto che sarebbe stato, ne era certa, il perfetto sostituto di quello striminzito coso di plastica arancione dove solo arance minuscole potevano essere adeguatamente lavorate.

Aveva subito di buon grado, considerati quegli sporadici ma intensi pomeriggi fra uno scalo e l’altro, quando lo scalo era nella città dove viveva. Poi lei aveva cambiato lavoro e il grande amore era finito al semplice cambiare delle circostanze, delle occasioni.

Per il the con fette di pane e miele era un pochino meno semplice, perché qui, oltre alle bevande e alle vivande, intervenivano pure il microonde per scaldare l’acqua, il freezer per estrarre le fette di pane ed il tostapane per rinvivolare le fette stesse, con un aggravio di complessità tecnologica di cui si dovrebbe ben tener conto.

L’acqua che scaldava era accolta da una brocca panciuta di plastica trasparente, specificamente costruita per contenere infusi, visto l’alloggiamento previsto per il quadratino di carta rigida che sta ad un estremo del filo al cui altro estremo sta la bustina contenente foglie sminuzzate di the.

Circa la scelta dell’infuso, un modo ideale l’aveva trovato: tre diverse scatole di cartone, ciascuna con una diversa serie di bustine, collocate in fila orizzontale in un cassetto, che spostava ogni volta collocando l’ultima usata verso l’interno, in modo da andare a colpo sicuro ogni mattina sulla scatola più esterna, e garantendosi in tal modo sia l’alternanza di sapori sia l’omogeneo consumo.

La sequenza era scardinata quando capitava di fare colazione insieme con l’imprenditrice decisionista, che pretendeva di usare due bustine – come se non fosse bastato aumentare il tempo di infusione di una – e che le sceglieva senza tener conto del giusto ordine. Oltre a non rispettare – aumentandolo finché la temperatura non fosse diventata tale da impedire di sorseggiare senza bruciarsi – il minuto e dieci secondi ideali per avere il giusto calore. E a pretendere – e che vuoi fare il the lesso? – che le bustine fossero messe in acqua solo dopo che l’acqua fosse uscita calda dal microonde.

D’altra parte, l’imprenditrice decisionista era un drammatico gran pezzo di fica, oltre ogni desiderabile desiderio, e alle piccole brutalità con cui sconvolgeva la giusta sequenza si poteva ben passar sopra.

La brocca panciuta di plastica l’aveva rimediata al cambio di casa della sua vecchia e sporadicamente frequentata amica, la quale aveva deciso prima del tempo – molto prima – di trasferirsi in una residenza assistita a scrivere e riscrivere i suoi romanzi dalla scrittura tersa e dalle storie disperate, da cui tracimava, sotto un’irraggiungibile pretesa di distacco, il veleno accumulato in una vita non facile. L’andava a trovare – un po’ malandata – ogni tanto, ed era sempre un piacere di intelligenza e di visione politica, condito da un retrogusto di morte.

La scelta della tazza in cui versare la bevanda era il momento più difficile. Si contendevano l’onore la tazza raffinata con sovrascrittura in oro del mese in cui era nato e il tazzone dozzinale di terracotta. Cioè a dire la prima moglie, donna di gusti raffinati e sentimenti delicati, e la seconda, autentica atleta del sentimento gorgogliante per le vene.

Cercava di essere equanime: un giorno a testa, pur se né con l‘una né con l’altra avesse da tempo immemorabile veruna frequentazione, e quindi nessuna potesse dispiacersi se equanime non fosse stato.

Ricapitoliamo: spremere le arance con lo spremiagrumi dell’assistente di volo, versare nella tazza con il bordo largo (toh’: questa non aveva madrine!) il succo, bere, prendere due fette di pane nel freezer e disporle nel tostapane, versare l’acqua nella brocca della scrittrice, aggiungere l’infuso di turno, sempreché l’imprenditrice decisionista non ne avesse scardinato l’ordine, scegliere la tazza fra la prima delicata e la seconda selvaggia moglie e infine – stavamo dimenticandolo – spalmare il miele regalatogli dalla nudista polacca incontrata su una spiaggia toscana.

Terminò l’ultimo boccone, rassettò e, esausto come ogni mattina dopo questo esercizio neofordista sentimentale scelse, dalla collezione sistemata compatta sullo scaffale ad altezza occhio, un paio di album di Tex Willer con i quali avrebbe cercato di raddrizzare la giornata.