Crescere

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La guardia notturna, di ritorno in bicicletta dal giro delle ville della zona, nota un fil di fumo che sembra provenire dalla enorme pietra bianca, spezzata per circa un quarto nel senso della lunghezza, su cui la famiglia Turrania ha lasciato, con un’iscrizione, notizia di sé per i millenni successivi. Gli sembra anche di sentire un vago ronzio. È stanco morto, alle cinque di mattina, e certo non si sta godendo quell’alba grigia di pioviggine sull’Appia antica.

Il frontale della chiesa è interno rispetto alla linea della strada che scorre davanti, ed anche rispetto alla strada d’angolo. Lo spazio tra i due marciapiedi perpendicolari e l’ingresso è dunque una specie di cortile quadrato, aperto sui due lati.

È pieno di un numero inverosimile di moto, tutte di grossa cilindrata, di tutti i colori e le forme, con tubi di scappamento singoli o doppi, cromati o scuri o colorati, con i sellini alti, su cui chi lo cavalca si stenderà in avanti, oppure bassi, dove il centauro non sembrerà più tale e somiglierà di più a qualcuno semplicemente seduto comodo. Le forcelle: lunghe, corte, lunghissime. I manubri brevi come di una bicicletta da corsa, o larghi, o con curvature dall’apparenza inverosimile sia in orizzontale che in verticale. Gli appoggi sono fondamentalmente due: uno con la forcella doppia, su cui la moto resta diritta sul proprio asse, ed un altro con l’appoggio laterale, più comodo ma meno solido, ed anche questi dalle forme e soluzioni le più diverse.

Il risultato della disposizione delle moto è quello di una simmetria che, piuttosto che voluta ed organizzata, sembra derivare dall’applicazione di un criterio di economia di spazio a cui tutti paiono essersi naturalmente attenuti.

Escono dalla chiesa ad uno ad uno, in fila indiana, tutti rigorosamente con la tuta di pelle ed il casco sotto braccio. Tute rosse, nere, gialle, verdi, arancio, ocra… caschi variamente abbinati. Ognuno si dirige verso una moto, sgancia il cavalletto e, restando in piedi di fianco, infila la chiave dell’accensione, mette in moto. Motori che non hanno bisogno di marmitte sbidonate per far sentire, già al minimo, la propria potenza. Si distinguono i due tempi, le ventiquattro valvole, le diverse soluzioni tecnologiche adottate per far girare i pistoni.

La bara esce. È nera, portata a spalla da quattro ragazzi in tuta di pelle bianca, che scendono i pochi scalini con passi sincronizzati. L’insieme di motori al minimo produce un tuono sordo, attenuato, lontano, accordato su un lamento di donna che proviene da uno degli angoli esterni del cortile, dove la sua moto rossa è circondata a raggiera da moto nere, della stessa marca, tipo, dimensione. Sostenute da tute e caschi neri. Quando sale, unica, sul sellino, e il suo polso minuto aumenta progressivamente, come in un gesto d’amore, i giri del motore, è il segnale perché tutti diano gas. Il selciato trema delle vibrazioni che si spandono.

È il funerale che il ragazzo sogna, subito dopo aver perso conoscenza, dietro all’iscrizione della famiglia Turrania. Il bello è che ad ogni ripresa di coscienza il sogno riprende lì dove, ad ogni ricaduta, si era interrotto. Non sa bene se voglia lottare per restare sveglio o preferisca lasciarsi andare alla nebbiolina di quel mattino d’inverno.

Che cosa aveva fatto, di tanto grave, il nostro? Semplice: erano i tempi delle grandi produzioni holliwoodiane a Cinecittà, ed aveva affittato la bella villa di famiglia sull’Appia antica, per un canone mensile effettivamente esagerato, per sei mesi, alla produzione di un film in costume che sarebbe rimasto famoso per la sfida mortale tra una biga trainata da cavalli neri ed una da cavalli bianchi. La villa era stata poi assegnata al protagonista buono – e vincente, si capisce – del film.

Lo avevano accolto con tutti gli onori di cui sono capaci i benestanti ben cresciuti. Si era presentato direttamente dal set, vestito con i calzari e il gonnellino da antico romano, puzzolente di sudore giovane, alto e bellissimo e, con la scusa di non capire l’inglese peraltro perfetto dei padroni di casa, si era rivolto al suo agente con un grugnito che quello aveva cortesemente tradotto con quanto fosse dispiaciuto ma stressato e stanco e bisognoso solo di un bagno per cui era grato dell’accoglienza ma preferiva restare solo al più presto. Perciò, se lo volevano scusare, e intanto quello era sparito alla loro vista, senza elargire nemmeno ai ragazzi uno di quegli sguardi di compiacenza che anche gli adulti famosi sanno esibire.

Nella vita quotidiana, il grande e famoso e bellissimo attore, era un cafone amante delle armi il quale, regolarmente ubriaco ogni sera, aveva scorrazzato a cavallo per il giardino, distruggendone ogni forma, e si era divertito a far spaccare le zampe del baio, che aveva preteso gli fosse assegnato, sulle preziose scale di legno, mentre sparacchiava ai quadri degli antenati con due vere colt 65, retaggio di qualche precedente western.

La storia delle cavalcate e spari nella villa era finita sui giornali scandalistici dell’epoca. Un giornalista aveva fatto una piccola inchiesta ed aveva pubblicato anche il prezzo dell’affitto, facendo notare, da buon piccolo borghese frustrato al cospetto dei soldi, che i proprietari non avrebbero dovuto lamentarsi tanto dei danni, vista la cospicua assicurazione, ed insinuando dubbi sulla loro posizione fiscale.

Sta di fatto che quello fu l’inizio della rovina economica della famiglia del ragazzo, perché un altro frustrato, stavolta un funzionario del fisco, pur consapevole della forzatura estrema, si era divertito a rivalutare le cartelle esattoriali dei cinque anni precedenti come se il valore della villa fosse commisurabile a quell’affitto eccessivo percepito per pochi mesi.

Non è questo, tuttavia, il punto centrale della discussione. La mamma del ragazzo tirava fuori questa storia ogni volta che ce l’aveva con il papà del ragazzo, del quale si era – purtroppo, aggiungeva ogni volta più disperata – perdutamente innamorata tanto da strappargli un figlio, di cui poi si era occupata da sola.

Il ragazzo avvertiva confusamente, nella tempesta dei suoi quattordici anni, la totale mancanza di solidarietà e senso comune tra i genitori. Ma, quella sera, c’era altro. La mamma era più aggressiva del solito, nel rinfacciare la faccenda del bovaro. Pronunciava bovaro con un accento esagerato sulla “a” e lo scorrere veloce della erre – leggermente moscia – finale.

Il papà risponde calmo, accogliente. La mamma fa la parte dell’isterica della situazione. Il ragazzo si è chiuso nella sua stanza ma le urla lo raggiungono lo stesso.

Squilla il telefono. Risponde papà. Dice adesso non posso ti richiamo domani ho detto che non posso sì sì certo anche io a domani.

La mamma adesso non urla. Ha parlato a voce bassa, sibilante.

La mamma piange silenziosa.

I Led Zeppelin fanno del loro meglio, ma tra un brano e l’altro il ragazzo sente quanto si sono alzate le voci, e così ha spento. E origliato. Non si fa, lo so che non si fa, ma sono mio padre e mia madre dovrò sapere che cosa succede. O no? A quattordici anni le certezze morali attraversano, da un momento all’altro, il territorio delle verità immutabili e la palude dei dubbi senza risposta. Stava prevalendo la zona dubbi. E la zona sofferenza. Alla quale non sarebbe comunque scampato: la scelta era tutta tra ascoltare la realtà ed immaginarla, e non era facile indovinare il meno peggio.

Così, il ragazzo aveva spento il mangiadischi, messo le pantofole a guanto, socchiuso la porta e ascoltato, i pugni stretti, seduto a fianco della porta con un fil di ferro rovente attorcigliato alle budella. Che c’entrava la tata molisana? Ah Giovanna… quella che quasi non parlava e quando la chiamavano per servire a tavola arrivava con signò cche vvoi e si parava il viso con il braccio, come se l’essere stata chiamata fosse inevitabile preludio ad essere battuta.

Se lo sentì diventare duro, al ricordo delle cosciotte rosa e raspose di Giovanna, quando il ragazzo era nella totale confusione dei sensi che cominciavano appena ad affacciarsi al mondo. Tre, forse quattro anni prima, aveva scoperto, nell’arrampicarsi sull’ancora piccolo tronco del prugno e andando su e giù, una sensazione nuova, diffusa, non localizzabile e tuttavia piacevole e fastidiosa insieme, perché era come una montagna di panna con fragole che vedi ti viene l’acquolina in bocca e la pasticceria è chiusa. Giovanna lo chiamava dì ti piacciono le prugnette eh e al ragazzo davvero piacevano e soprattutto gli piacevano le marmellate, quel po’ di aspretto che restava, anche per le scorzette di limone che la mamma aggiungeva, ma non capiva perché Giovanna dovesse avere quell’aria sfottente. Poi gli diceva acchiappami e lo tirava giù dall’albero e il ragazzo le correva dietro per il giardino e poi per la casa quella bastardissima era più veloce e gli chiudeva le porte in faccia e alla fine si buttava a sedere all’indietro sul lettino stretto della stanza della servitù e il ragazzo arrivava sudato e col fiatone e vedeva queste cosciotte del colore dei porcellini appena nati e anche le pelurie bionde e sentiva un odore forte di sudore di Giovanna e dentro di sé qualcosa che lo attraeva e lo allontanava gli veniva da mettere le mani su quelle cosciotte e Giovanna gli diceva brutto sporcaccione ma che fai eh ma ti sei accorto che ti è venuto il pistolino duro attento che ti bagni tutti i pantaloni e il ragazzo non capiva perché non gli scappava proprio nessuna pipì e con quelle mani sulle cosce non sapeva che farci e sempre, ad un certo punto, Giovanna gli diceva adesso basta porcone che se no lo dico alla mamma e vedrai che ti succede e poi diventi cieco e Gesù piange e così il ragazzo imparava che sarebbe stato meglio non parlarne con nessuno e si teneva dentro quella strana sensazione mista di ortica e more mature spiaccicate sulla faccia per quante se ne voleva mettere in bocca tutte insieme colte dai rovi stracarichi e come un’indigestione di una cosa buona che non hai nemmeno assaggiato.

Adesso ne sapeva qualcosa di più, e sentir parlare di Giovanna lo aveva eccitato e così, mentre continuava ad ascoltare sei un porco come pensi che mi sia sentita quando mi sono vista arrivare i carabinieri a casa a chiedermi se avesse lavorato qui una certa Giovanna comesichiamava, lo aveva cominciato a scuotere velocissimo facendo scorrere la pelle su e giù e ogni tanto si seccava e allora, senza smettere il movimento, seduto vicino alla porta socchiusa, mirava uno sputo sulla punta e doveva ripetere perché non era facile prenderci per un’opportuna lubrificazione e continuava e intanto pezzi di insulti lo raggiungevano sei una stronza butteresti tutto all’aria per una ragazzina venuta dalla montagna del sapone che racconta balle e la madre maledetto aveva solo quindici anni quanto ti è costato far ritirare la denuncia porco straporco straporchissimo e mentre cambia mano – la pippa a due mani senza interruzione l’ha praticamente inventata lui ed a scuola è considerato il campione indiscusso – ed aumenta progressivamente la velocità e a mano a mano che la sensazione si espande la punta diventa rossa e bianca a seconda di quanto più strofina o più stringe e rovescia la testa all’indietro ma deve stare attento a non sbatterla sul muro per non farsi sentire da quei due giù e che non lo sentirebbero proprio, presi come sono a massacrarsi e non ti ricordi che ero incinta e il piccolo voleva tanto un fratellino e come potevo tenerlo con una bestia come te ma che dici siamo qui adesso perché vai a rivangare a che ti serve e finalmente l’onda che ha fatto avanti e indietro per non se ne può più e che si prende un pezzetto di spiaggia in più ogni volta ma non mi arriva mai addosso adesso il ragazzo la vede che si è gonfiata da lontano e arriva con tutta la schiuma e rotola ed è ormai enorme e quando lo travolge è calda appiccicosa e lunga lunga e non ti voglio più vedere vattene lo sente e non lo sente ma il suono del ceffone arriva chiaro anche se non riconosce la guancia sulla quale si è abbattuto finché si allunga steso sulla moquette grigio topo della cameretta tappezzata di calciatori e rocchettari.

Dormo, non dormo. Passano i minuti, forse le ore. Il silenzio si diffonde.

Avete sbattuto la porta, voi? Sì? E adesso la sbatto pure io. Vediamo chi la sbatte più forte. Senza casco, senza ginocchiere, il piumone sopra al pigiama. Sbatte la porta della stanzetta e nessuna risposta. Passa davanti alla stanza da letto dei genitori e scivola su quel pianto sommesso di dolore e sbatte la porta di casa. Sbatte la basculante del garage e infine raggiunge la enduro ancora luccicante la mette in moto. Sbatte il cancello e romba come Steve Mc Queen nella Grande fuga per le laterali dell’Appia antica attraversate da latrati di cani alla catena cani liberi nel parco cani nella cuccia cani in branco e la brina che si appoggia sulle zolle dure d’inverno e sui roseti potati e i cachi spogli e i pitosfori tagliati a siepi parallelepipede e il vento gli taglia le gote e la fronte e dentro una qualche specie di eroico furore si fa strada e va a sostituire la lagna da femminuccia di povero me ma io sono questa moto eccolo il fosso basta alzarsi sul sellino e accompagnare il manubrio con leggerezza senza forzare anche quando slitta riprende faccio corpo unico e così che va nessuno mi ferma eccolo qua i pini mi fanno da paletti ops uno ops anche te e mi piace passare dal fango al selciato romano è scivoloso sì io ti controllo però eccomi qui invincibile gas gas gas senti mi sento solo io ho azzittito le civette l’aereo è troppo alto e se voglio lo supero adesso giù a testa bassa ed ora la siepe che d’estate è di more la sfioro mi faccio accarezzare dalle spine non è niente è solo un graffio è il combattente ferito che continua e forse per la prima volta nella sua giovane vita il ragazzo si sente padrone completamente di sé e questo è esaltante ed anche si sente abbandonato e questo è devastante e dentro i collegamenti sottili le due sensazioni non trovano una via di comunicazione e la confusione ondeggia tra terrore ed esaltazione e non sa dove sia la prevalenza quando affonda nel fango lingua occhi dita e gamba spezzata incastrata sotto all’enduro e il motore acceso che mantiene beffardo la ruota che gira all’aria riempie il silenzio.

L’occhio non interrato vede il suo alito confondersi con la nebbiolina del chiarore dell’aurora, dietro i monti dei castelli romani. Alle spalle della lapide della famiglia Turrania spunta la visiera del berretto di una divisa nera stropicciata dalla notte e che si avvicina circospetta e interrogativa. Il dolore va e viene, ma presto impara che se mantiene la posizione quando va allora può restare e anche godere di quei momenti di totale presenza a se stesso che, per quanto confusamente, sente essere l’ingresso della porta che entra nel mondo degli adulti.

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