Cani

apri pdfscarica ebook

Il posto sta tra le colline di ulivi e, poco più in basso, il mare. Cicale di giorno e grilli di notte.

Il primo approccio dell’uomo a qualsiasi novità è critico. Perciò, la buona cucina della signora la chiama quasi vera, le marmellate sono troppo dolci, la ribollita troppo fresca, il prosciutto tagliato sì a mano ma senza maestria, i biscotti al vino cementosi.

La donna è invece di natura positiva. Il silenzio, la pace, le galline libere, l’olio buono, il vino frizzantino dai che staremo bene, questa vacanzina ce la siamo proprio meritata.
Cenano con soddisfazione. Sono gentili, i proprietari. È quella gentilezza riservata agli ospiti, questo si capisce. La confidenza accelerata che stabilisca il contatto. Una settimana, forse un fine settimana, raramente di più. Fa parte del pacchetto che gli ospiti se ne vadano con l’illusione di essere stati accolti come vecchi amici, che quindi abbiano voglia di tornare, che abbiano piacere di raccontarlo, di accrescersi agli occhi delle persone care magnificando l’esperienza fatta. Il circuito è questo.

La stanza è minuscola. Nella vecchia stalla riattata, che odora di vernice fresca e vecchio stabbio, non è aumentato di molto, per gli ospiti, lo spazio prima dedicato alle vacche o ai cavalli. Mobili ingenuamente anticati. Finte stampe scelte con poca cura.

La notte, però, i grilli.

E i cani. Lontani. E vicini.

L’uomo sta dormendo beato quando percepisce qualcosa. Non capisce subito se si è svegliato per uscire da uno di quei sogni affannosi con situazioni irrisolvibili o per che cos’altro.

Si rigira. Momenti di silenzio totale, come possono esserci in una campagna lontana. Qualcosa è diverso. Il respiro della donna che gli dorme accanto, è diverso. Si rigira ancora, affonda nel cuscino. Saranno veraci, ma i bozzi della lana non cardata sono scomodi. Un ululato lontano, un trasalire vicino. Adesso è sveglio. Si gira verso la donna al suo fianco, grato che sia lì. Allunga una mano a cercare il seno accogliente e rassicurante. Trova una gamba. Ci mette un po’ a capirlo. La coscia non è soda e morbida come al solito, ma innaturalmente rigida. Trema. Più che un tremito, è come una vibrazione interiore che la pelle fa passare con grande fatica.

L’uomo allunga la mano dalla parte opposta e accende la luce sul comodino – fioca fioca: risparmiano anche sui watt della lampadina – e guarda verso la donna.

È seduta addossata alla spalliera di ferro battuto. Tormenta tra mano sinistra e bocca la parte terminale della manica destra del pigiama di flanella pesante. L’ha ridotta ad un cencio bagnato. Singhiozza senza rumore.

Fuori, i grilli tacciono. La donna guarda fissa davanti a sé, senza che lo sguardo sia orientato verso un qualsiasi oggetto lì presente.

L’uomo chiede che c’è, che succede. È premuroso, per quanto annebbiato dal sonno, non ancora del tutto presente.

Un ringhio, fuori, vicino, scioglie i singhiozzi, fin’allora aspirati in silenzio, in un pianto senza freni. L’involucro che manteneva la fissità è scoppiato: tutto il corpo della donna adesso è scosso in un modo convulso e quella che si spande nella stanzetta dell’agriturismo è una disperazione senza fine e senza suoni.

L’uomo non sa che cosa fare. Socchiude la finestra per dare spazio all’aria fresca della notte ma così il latrato entra stereofonico. Un rumore dietro di sé. Si gira: la donna è scesa dal letto e si è rannicchiata a terra nell’angolo della parete opposta alla finestra. Trema tutta. Apre la bocca e insieme indica la finestra ma non le escono suoni. L’uomo richiude la finestra con un gran rumore di vetri. La donna smette di tremare.

L’uomo le si avvicina, le si siede a fianco, per terra, la abbraccia. La donna lo guarda come se stesse pensando chi sei tu che cosa ci fai qui vicino a me in questa stanza. Poi lo riconosce. Riprende a piangere. Stavolta senza convulsioni.

L’uomo la rassicura non è niente, forse un brutto sogno. La accarezza. Si eccita della inermità della donna che adesso è poggiata a lui, completamente sciolta, come priva di tono muscolare. La culla, le canticchia all’orecchio una canzone a loro familiare. Le strappa un sorriso. Si arruffano a vicenda i capelli, in un gesto tutto loro. Si baciano.

Si baciano con apprensione, rispetto, timore, con gli intervalli di qualche singhiozzo della donna e qualche sospiro dell’uomo.

I grilli hanno ripreso il sopravvento, gli ululati sono lontani.

Si baciano con tenerezza e poi passione.

Fa freddo qui, torniamo dentro?

Complici, si rimettono sotto le coperte. Sono presto nudi. Gli odori dei corpi prevalgono sui profumi delle creme. Fanno l’amore in silenzio, a lungo. A lungo. Come mai prima di allora. Vanno lontani, dove non sono mai stati. Tornano insieme. La donna gli dice ma dove mi porti tu. L’uomo ride, contento. Si riaddormentano abbracciati.
Li sveglia un bel sole di anticipo d’estate. Colazione sotto al delizioso pergolato. Il posto, di giorno, è anche più accogliente. Il miele è vero. Le ciliegie dagli alberi intorno. Il latte è a lunga conservazione ma pazienza. Ridono mentre si scambiano qualche battuta su altri ospiti appena usciti.

Andiamo al mare?

Andiamo al mare.

L’uomo si sdraia in costume. La donna si copre dalla brezza ancora fresca con il grande asciugamano. Si è comunque tutta incremata. L’uomo ha partecipato con piacere. Ehi attenzione così ci toccherà tornare nella stanza in anticipo. Ridono. Guardano il mare. L’uomo legge un quotidiano. La donna sfoglia una rivista. Test per l’estate: siete più prede o cacciatori? Discutono sul risultato. L’uomo non ci sta ad essere preda e la donna non si sente una cacciatrice. Il test fa schifo. Si tengono per mano, quando si avviano alla macchina, nel primo pomeriggio.

La donna gli racconta ero piccola, avrò avuto quattro o cinque anni, la mamma faceva un dolce e mi aveva mandato a chiedere un po’ di zucchero alla zia, due strade più avanti di casa nostra. Tornavo con il pacchetto stretto al petto, tutta presa dall’importanza della commissione. Lì, allora, non passavano macchine. Un borgo in campagna. La strada era in terra battuta. Mi stavano tutti intorno. Il capo era un maremmano bianco più alto di me. I seguaci un bassethound decaduto, una bastardina grigia dagli occhi vispi, un mezzo bracchetto a pelo corto, un mezzo setter irlandese con strane righe bianche a striare il rossiccio. Ce n’erano altri che non ricordo. Questi, invece, li ho ancora negli occhi.
Si sono fermati, sulla strada del ritorno dal mare all’agriturismo – una decina di chilometri – nella cittadina medievale. Passeggiano lungo le mura, dopo un buon caffè.

La donna continua. L’uomo l’abbraccia. La donna si stacca senza parere. Mi giravano intorno. All’inizio non ero spaventata. Ero abituata ai cani. Ne avevamo uno in giardino, in casa.

Quel branco pure mi era familiare. Li avevo visti aggirarsi qualche volta vicino all’immondezzaio. Si tenevano alla larga. Erano buffi, come un esercito di straccioni senza divisa ma dal contegno dignitoso di chi ha una memoria del passato che lo sorregge. Mi resi conto di non potermi muovere senza doverne scansare qualcuno. Uno più intraprendente, da dietro, mi infilò il muso tra le gambe e il tartufo umido tra le cosce mi paralizzò completamente. Strinsi lo zucchero al petto. Volevo chiamare mamma ma non potevo. Non vedevo intorno a me altro che musi bavosi denti aguzzi orecchie pelose code scudiscianti. Chiusi gli occhi. Pregai gesugiuseppemmaria. Abbaiavano. Ringhiavano. Ero sola.
Mi raccolse un vicino che urlavo tra la polvere senza parole e senza voce. Non seppi dire se ci fossi stata spinta o mi fossi rifugiata a sedere per terra. Per tre giorni non emisi suoni.

È successo questo, stanotte, chiede l’uomo. Forse i cani là fuori, e il ricordo…

Credo di sì. Sei stato così paziente, riprende la donna.

C’era qualcos’altro, aggiunge, ma non so dirti.

Qualche passo e conclude sapevo che tu c’eri eppure ero sola. Come quella volta.

L’uomo le stringe la mano. Si abbracciano. Restano un po’ così. Riprendono la strada. Rientrano in macchina.

Si fanno la doccia, si cambiano. Gironzolano senza meta, in attesa dell’ora di cena, tra le stalle, il recinto per le pecore, le strutture di legno per i maiali, i fichi d’india, i ciliegi, l’orto con l’insalatina a taglio, le prime zucchine, qualche pomodoro precoce, i baccelli dei fagioli che cominciano a prendere forma, i ciuffi verdi che segnalano le carote sotto terra.

Gironzolano insieme, scambiandosi battute, condividendo il piacere delle cose di campagna, i ricordi di esperienze passate.

È ora di cena. Suona la campanella: una vera piccola campana di bronzo attivata da un martelletto. Si avviano. C’è da superare un cancello di legno, di quelli fermati in alto da un cerchietto di fil di ferro che unisce le sommità del palo fisso della staccionata e di quello mobile all’estremo del cancello. Davanti al cancello sono in tre. Scodinzolano tutti e tre, abituati agli ospiti: un lupo, un bastardone e un mezzo lassie. Corrono su e giù davanti al cancello, come se fossero di guardia o forse in attesa di sfruttare qualcuno che aprisse per rientrare.

La donna si irrigidisce. L’uomo le dice dai non è niente non lo vedi che scodinzolano te l’ho detto che quando scodinzolano non sono pericolosi. L’uomo si mostra competente e protettivo. Bisogna abbassarsi al loro livello, vedi, per non preoccuparli. L’uomo si abbassa ed i cani, fin’allora a distanza – per loro – di sicurezza, si avvicinano uggiolanti ai nuovi amici li circondano abbaiano festosi si alzano sulle zampe posteriori e arruffano quelle anteriori per fare le feste. L’uomo si alza sorridente e si accorge che la donna è bianca e impietrita. Si rende conto: dà un calcio al cane più vicino e scaccia con un urlaccio gli altri. Circonda le spalle della donna vieni andiamo è finita non torneranno. La donna cammina per qualche metro a passetti trascinati: le scarpe non si alzano da terra e il tacco della scarpa che avanza non va oltre il centro dell’altra. Ha i pugni stretti, bassi, guarda fissa davanti a sé. È passata, dice. È passata. Riprende il suo passo. L’uomo le stringe la mano: è fredda ed inerte. A poco a poco si scalda. Quando entrano nella sala da pranzo la donna sorride agli altri ospiti e saluta cordiale la padrona di casa. Mangiano con gusto. È passata. L’uomo le dice mi dispiace non mi sono reso conto volevo che diventasse una cosa naturale sciolta non mi sono reso conto. La donna gli sorride gli prende la mano sul braccio allungato sopra al tavolo la accarezza lo guarda gli dice non ti preoccupare è passata. È passata.

Tornano nella stanza. È l’ultima notte lì. Si cercano, nel letto. Fanno l’amore. Senza trasporto. Con piacere. L’uomo viene, mordendo un cuscino per non urlare. Anche la donna è appagata. L’uomo si alza e va in bagno. Torna nel letto. Appoggia la testa sulle gambe della donna che è seduta, con la schiena poggiata al cuscino addosso alla spalliera di ferro battuto. La donna lo guarda, gli accarezza i capelli. Fuori, non cantano grilli né ululano cani.

Non ho più paura, dice.

Grazie, aggiunge.

Non ci vedremo più, conclude.

L’uomo si è addormentato.

apri pdfscarica ebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.