C’era una volta a… Hollywood (Q. Tarantino)

Ho constatato con sorpresa – mio errore, la sorpresa, visto che i fatti risalgono al 1969 – che due su tre (statistica casereccia) di chi ha visto il film non sa che nel periodo in cui si svolge il film Sharon Tate, incinta di otto mesi, e altri suoi amici furono massacrati da una banda di balordi nella villa di Roman Polasky, marito di Sharon, in quel momento a Londra per lavoro.

Poichè Roman Polansky – rappresentato con gli abiti di scena di “Per favore non mordermi sul collo” – e Sharon Tate, nel film, vivono nella villa adiacente a quella del protagonista, senza conoscerne la storia è difficile vivere la tensione dello spettatore che aspetta di vedere come Tarantino risolverà, ed è impossibile sciogliersi nella commozione del geniale finale.

Finale preparato da due ore in cui Tarantino ci ha portato a spasso per i suoi amori per i B-movies, da Bruce Lee – esilarante la scena in cui appare – e i western italiani, dove Sergio Corbucci viene citato come il secondo migliore regista del genere.

Tarantino cita e cita e cita finché cita pure se stesso e si arrotola in un manierismo a momenti scostante. Ma riesce a restituirci sempre pagine di cinema-cinema che comunque ci ripagano.

Credo che come autore abbia da tempo detto tutto, mi piacerebbe che come regista dirigesse la sceneggiatura di qualcun altro, ma forse è il suo destino, come di altri grandi – penso, in generi opposti, a Woody Allen o anche a Fellini – fare sempre lo stesso film.

Non tutti sono Kubrik, che ha diretto solo capolavori spaziando su tutti i generi, ma vedere un film di Tarantino resta sempre un godimento puro.


La verità sul caso Harry Quebert (Joël Dicker)

Una quindicenne scomparsa della quale trent’anni dopo si ritrova il cadavere, sepolto nel giardino di un famoso scrittore, che sarà accusato dell’omicidio.
Un famosissimo scrittore giovane, di cui lo scrittore famoso è stato mentore, si precipita dall’amico per tentare di scagionarlo.

Settecentocinquanta pagine.

Le ho lette tutte. Difficilmente lasceranno traccia. Che la scrittura sia piana e scorrevole è un prerequisito per questo tipo di pubblicazioni volte a far passare piacevolmente il tempo.

Il tema più interessante è quello della scrittura sulla scrittura: lo scrittore è diventato famoso per un libro che parlava dell’amore per la ragazza morta, il giovane scrittore famosissimo scriverà un libro sulla vicenda dello scrittore famoso ingiustamente accusato. Con in mezzo il feroce editore che vuole la consegna entro la scadenza contrattuale prevista.

Il giallo, invece, mi è risultato proprio irritante, con una quantità – una quantità – di situazioni assurde durante la ricerca della verità e un finale con colpi di scena a ripetizione alcuni dei quali basati sull’aver l’autore imbrogliato il lettore, e questo non lo considero perdonabile.

Comunque si fa leggere, se ci si adagia nella posizione di accettazione incondizionata delle astruse costruzioni dell’autore e non si cerca logica nè coerenza.

Ne è stata fatta una riduzione per una miniserie TV: possibile che fosse la vocazione originaria.

La vegetariana (Han Kang)

Il romanzo – 176 pagine – è diviso in tre parti: nella prima il protagonista è il marito, nella seconda il cognato, nella terza la sorella. Marito, moglie, sorella di Yeong-hye: la vegetariana.

Il titolo può trarre in inganno, da qualche parte ho letto commenti insensati del genere “hai visto che succede a non mangiare più carne?”.

Si tratta della storia della follia di una donna, che parte da alcuni sogni spaventosi. Ma l’autrice non vuole condurci nell’abisso che può aver prodotto quei sogni e i comportamenti succesivi, si limita a mostrarci il baratro del presente e come se ne varca, inesorabilmente, la soglia.

La scrittura è “povera”; mi sono interrogato sulla difficoltà di tradurre dal coreano, ho cercato in giro e ho scoperto che in realtà il testo italiano è una traduzione della iniziale traduzione inglese, a quanto pare fonte di forti polemiche (*) in Corea e non solo.

Ho immaginato di poter leggere la seconda parte, di gran lunga la più bella, in originale e mi è piaciuto convincermi di come – forse – sarebbe stato visionario il movimento di due corpi dipinti di fiori mentre fanno all’amore, uno coinvolto allo spasimo e l’altro partecipe per inerzia. Una specie di violenza consensuale, se mi si passa l’ossimoro.

Inquietante. Peccato non conoscere il coreano: ho provato con i film di Kim-Ki-Duk (da non perdere) sottotitolati ma temo non sia sufficiente 😉 .

(*) https://www.ilpost.it/2018/01/16/traduzioni-lingue-ponte-la-vegetariana-han-kang/