The girlfriend experience (serie 1 e 2)

Vita da escort. Il titolo significa che si può comprare anche il “pacchetto fidanzata”.

Episodi di 25/30 minuti ma effettivi, fra che cosa è successo prima e lunghissimi titoli di coda, saranno non più di 20. È un tempo giusto, perchè la regia è lenta, le situazioni tutto sommato si ripetono, l’attenzione è tutta rivolta ai risvolti psicologici dei personaggi.

Le scene di sesso sono quasi esplicite, tutte ben girate e credibili. Alcune nella seconda serie (quelle degli episodi Erica & Anna) davvero coinvolgenti.

Gli uomini fanno tutti abbastanza pena, tutto sommato sembrano meno penosi i veri uomini duri machi rispetto a quelli alla ricerca di una qualsiasi forma di relazione, che pretenderebbero autentica pur nel contesto della prostituzione.

Le protagoniste sono donne che hanno un buon lavoro, una carriera davanti, comunque donne colte, eleganti, che prima o poi si trovano, rispetto alla vita personale e lavorativa, in contraddizioni impossibili da sciogliere senza implodere.

Gli ambienti, sia di lavoro che delle abitazioni, sono tutti da architetto di interni, inesorabilmente spogli di quadri di suppellettili di oggetti. Per lo più grigi. Facile, ma efficace, l’accostamento alla povertà relazionale dei personaggi.

Anche le donne non sono trattate bene. Con forse l’eccezione di Anna, nella seconda serie, nessuna sembra esprimere sentimenti che non siano la paura o la voglia di dominio e comunque l’uso dell’altro o dell’altra. Anna invece si innamora ma in pochi giorni decide che vuole avere un figlio e si fa mettere incinta da un cliente e ovviamente tutto defragra.

Se c’è un sentimento che domina è la tristezza, vicina alla disperazione. Tuttavia, da vedere. magari per sentirsi migliori.

Il sussurro del mondo (Richard Powers)

Un miliardo e mezzo di anni fa, vi siete separati, ma persino oggi, dopo un viaggio immenso in direzioni diverse, voi e il vostro albero condividete un quarto dei vostri geni.

Le seicentocinquanta pagine e la tematica “ecologica” (che noia!) non mi ci avrebbero mai fatto avvicinare, se non fosse stato per il consiglio di un amico, suggellato dal premio Pullizer.

Una volta aperto, si rivela uno di quei libri che non vedi l’ora di riprendere per vedere come prosegue, combattuto fra il piacere di continuare e la tristezza di vedere le pagine mancanti che diventano sempre meno.

I primi capitoli sono le storie – ciascuna un racconto compiuto – di alcuni personaggi che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, nella loro vita hanno o hanno avuto a che fare con un albero, o una foresta, o un piccolo parco.

Nella seconda parte questi personaggi incrociano le loro vite. Qualcuno per scelta consapevole, qualcuno perchè ci si trova dentro e sceglie di restarci.

L’episodio centrale è un’epica lotta per salvare una sequoia pluricentenaria, alta novanta metri, sulla quale è stata installata una piattaforma che funge da alloggio e riparo per chi la vuole difendere dall’abbattimento.

La descrizione delle stupide e sagacissime trovate per rallentare le distruzioni e delle piccole e grandi crudeltà – peraltro (quasi) tutte “secondo legge” – messe in campo per fiaccare la tenacia di chi resiste ti fa essere presente sul posto, ti fa gridare “dai resisti ancora, smetteranno e vincerai!” oppure “ormai basta, non ce la puoi fare, accontentati, hai dimostrato ciò che volevi, ne parlano tutte le televisioni!”.

Sanno di essere destinati alla sconfitta certa, renderanno dura la vita più che potranno ai taglialegna tecnologizzati.

Non si rassegneranno, perchè la voce degli alberi ha parlato loro, perchè hanno intuito il senso delle infinite connessioni sotterranee di radici, e andranno oltre, con attenzione, applicando conoscenze specialistiche, nella consapevole illusione di continuare una lotta persa in partenza.

I destini umani di ciascuno si svolgeranno secondo disegni illogici, come è la vita vera: il più rigoroso tradirà, il più improbabile sceglierà una coerenza inconcepibile per i suoi affetti più cari.

Un libro epico. Finito di leggerlo, guardo gli alberi con occhi diversi, sorrido alle radici dei pini di Roma che piegano l’asfalto: noi non ci saremo più, loro sì.

Da non mancare.

Qualche spigolatura:

le ragazze dicono il contrario di quello che intendono, per verificare se afferri la loro vera natura. Cosa che vogliono. E poi, quando ci riesci, si offendono

Il geniettio dell’informatica davanti all’insegnante; “Sa perchè lei lo odia. Quelli come lui la porteranno all’estinzione

Yuki (Flaminia Nucci)

Scorre, la scrittura scorre proprio bene e, anche se alcuni passaggi emotivo-relazionali mi sono arrivati più dichiarati che vissuti, sono arrivato alla fine con leggerezza.

La protagonista, dopo una delusione d’amore, si ritira in un posto solitario in Lapponia, vicina ad una coppia di amici di lì.

È scritto in prima persona e, potrei ricordare male, ma il nome della protagonista non è noto. La chiamerò, perciò, casualmente, F, per non confonderla con Diana, che è invece la protagonista del romanzo che F sta scrivendo, durante il ritiro in Lapponia.

Diana, con le sue storie d’amore difficili – prima la sofferenza di doversi mettere d’impegno a staccarsi da una relazione con una donna che ama ma che pretende di vivere liberamente continuando a mantenere Diana legata, poi la difficoltà di avere vicino l’amore di una persona non ancora del tutto emersa alla vita – rappresenta, alla mia lettura, la stessa F “prima” dell’ultima delusione.

La scelta della Lapponia si rivela fortunata: la lunga, ostinata, caparbia, tenera operazione di avvicinare una lince – Yuki: il titolo – ha successo, e il saluto tra F e la lince e i suoi cuccioli ha il sapore di un equilibrio ritrovato, prima del ritorno a casa.

Le parti critiche: le linci “cacciatori”, mi auguro sia stato un refuso; almeno una ricetta e un brano musicale al giorno mi sono sembrati un po’ un riempitivo, ma potrebbe essere stato un mio limite non averne colto le connessioni con quanto stavo leggendo;

Leggete, regalate tranquilli, io ci ho inaugurato kindle.

PS Vecchioni, strapluricitato: per me esibisce troppa cultura e intelligenza nelle sue canzoni perchè arrivino davvero al cuore.

Story / Dialoghi (Robert McKee)

Nel tempo, ho letto tutto ciò che mi è capitato circa come si scrive, il senso dello scrivere, eccetera: dalle Lezioni americane di Calvino a Carver, Yehoshua, Piperno, Franzen, Vargas LLosa, Patricia Highsmith e altri che ora non ricordo.

Ho letto anche testi su come si scrive una sceneggiatura, come si racconta una storia, sulla struttura dei miti riconoscibile in ogni drammaturgia.

I due volumi di Robert McKee sono quanto di meglio possa desiderare chi abbia di questi interessi, direi proprio che saziano.

I concetti fondamentali sono essenzialmente pochi, e sono esattamente esposti all’inizio di ognuno dei due testi, che procedono a spirale: un concetto alla volta viene ripreso, spiegato, esemplificato.

Ogni ripetizione si arricchisce di contenuto finchè il concetto acquista una forma, un colore, diventa sudore, fatica e, infine, soddisfazione.

Se un concetto ho trovato espresso con più forza e originalità che in qualsiasi altro testo, questo è la necessità che, chi scrive, sia capace di stare davvero dentro non solo al protagonista, ma ad ogni singolo personaggio, con carne e sangue, con il corpo, non solo con l’intelletto.

Come non mai mi sono reso conto che la buona, l’eccellente scrittura, non è di per sè sufficiente a scrivere un buon testo.

L’analisi dei dialoghi di Lost in traslation (Sofia Coppola), la straordinaria capacità di dire tanto con il minimo delle parole, mi ha fatto venir voglia di rivedere, forse per la terza o quarta volta, uno dei film che più amo. Attenzione: per chi scrive racconti, o romanzi, le osservazioni di McKee sono altrettanto utili che per chi scrive sceneggiature.

Da non mancare, per chi vuole imparare anche qualcosa su di sè, circa il piacere e la dannazione di scrivere.