Ogni coincidenza ha un’anima (Fabio Stassi)

Il protagonista si è inventato un lavoro che a quanto pare gli funziona: ascolta i bisogni di persone che gli si rivolgono e prescrive loro libri.

Arriva la figlia di un grande intellettuale, malato ora di alzheimer, gli chiede di capire, in base a pochissimi indizi lasciati dal padre, di quale libro possa trattarsi.

L’impresa sembra impossibile, ma il nostro è sagace e fortunato.

Se troverà il libro ed eventualmente come utilizzerà il ritrovamento o il non ritrovamento non lo scrivo, perchè è questo il filo, tenue ma bel sviluppato, delle duecento cinquanta pagine – quelle piccole formato Sellerio – del libro.

I personaggi che si alternano nello studio del biblioterapeuta servono a intervallare la storia principale che altrimenti sarebbe poca cosa; sono ben descritti, vivaci, ma del tutto inessenziali alla storia e un po’ fastidiosamente orientati a farci sapere come la pensa l’autore del mondo.

Anche i tanti libri citati – ce ne viene offerto l’elenco in appendice – mi hanno dato l’impressione che l’autore si sia messo davanti alla sua biblioteca e abbia scelto ciò di cui gli piaceva scrivere.

La storia è comunque gradevole e molto ben scritta, scivola via leggera con un finale grazioso e inesorabilmente political correct.

Non ci sono solo le arance (Janette Winterson)

Una ragazza adottata, con una madre fanatica religiosa che l’ha destinata a fare la missionaria, e la scoperta di amare le donne.

Lo scandalo, l’esorcismo, la scelta dell’autonomia, la ripresa di contatto con un mondo immutato.

Scritto – ho letto solo dopo che si tratta in gran parte di un’autobiografia, se no probabilmente non lo avrei scelto – senza rancore, con qualche arguzia. Non il capolavoro di cui da qualche parte avevo letto: a distanza di poco tempo ne ricordo poco, e questo per me è uno dei criteri per misurare se non il valore di un romanzo, certamente l’effetto che ha avuto su di me.

L’estensione ignota dei miei bisogni mi spaventa. Non so quanto grandi siano o quanto alti, so solo che non vengono soddisfatti

Il bosco silenzioso (Wolfgang Fleischhauer)

La storia scorre fluida, ben raccontata, appassionante.

Il tracciato è segnato dall’inizio, la godibilità non sta nei colpi di scena ma nell’inesorabile percorso che condurrà all’emergere di ciò che è stato con tanta attenzione nascosto.

Come nel lavoro della giovane ricercatrice che “sa far parlare il bosco”, il cui padre proprio in quei boschi scomparve vent’anni prima, bisognerà scoprire strato su strato prima di arrivare a capire. E capire non sarà indolore per nessuno dei protagonisti, ciascuno ben delineato.

Un giallo tedesco, in una fase storica in cui di letteratura tedesca arriva davvero poco, proposto da una piccola casa editrice – Emons – specializzata in gialli tedeschi.

Suggeritomi, insieme a “Uno scia alla corte d’Europa“, dalla libraia di una di quelle piccole librerie – Novarcadia, a Casalpalocco – dove i librai ti sanno consigliare un libro.

Più lontano ancora (Jonathan Franzen)

Una raccolta di articoli, riflessioni, presentazioni.

Una miniera di indicazioni di libri da leggere. O da non leggere.

Le pagine dedicate all’amico David Foster Wallace restituiscono la grandezza dello scrittore e la sua pochezza umana senza che l’amicizia vacilli.

“La narrativa autobiografica” è uno dei testi più interessanti e veri che ho letto sullo scrivere, da parte di chi scrive. Ecco le quattro domande – “il prezzo che dobbiamo pagare per il piacere di apparire in pubblico” – antipatiche alle quali tocca rispondere:

1. Da quali autori ti senti influenzato?
2. In quale momento della giornata lavori, e come scrivi?
3. Succede anche a te che i personaggi prendano il sopravvento e ti dicano cosa fare?
4. La tua narrativa è autobiografica?

Una chicca a caso: “L’homo sapiens è l’animale che vuole credere, a dispetto della dura legge naturale, che gli altri animali facciano parte della sua famiglia. Potrei presentare ottimi argomenti etici a favore della nostra responsabilità verso le altre specie, eppure a volte mi chiedo se, fondamentalmente, la mia preoccupazione per la biodiversità e il benessere degli animali non sia una specie di regressione alla mia cameretta di bambino e alla sua comunictà di pupazzi di peliche: un sogno di coccole e armonia fra le specie.”

La festa dell’insignificanza (Milan Kundera)

Stalin racconta di come, andando a caccia, vide su un albero ventiquattro pernici e di come, avendo solo dodici cartucce, potè colpirne solo dodici.

Siccome a Stalin piacevano molto le pernici, tornò a casa, si procurò altre dodici cartucce e così potè prendere le altre dodici.

Stalin raccontava questo aneddoto di vita vissuta e poi si ritirava in una stanza da dove poteva ascoltare i commenti dei presenti che nel frattempo si erano raccolti nel pisciatotio per sbeffeggiare di nascosto il grande capo, alla cui presenza nessuno si era azzardato a muovere obiezioni e anzi tutti avevano applaudito la sua sagacia e abilità venatoria.

Una donna vuole suicidarsi. Si butta nel fiume, ma un giovane si tuffa per salvarla. La donna non vuole essere salvata, quindi si divincola e, visto che il ragazzo insiste a volerla salvare, fa in modo di tenerlo sotto finche non smette di respirare. A qual punto la donna ci ripensa, decide che vale la pena continuare a vivere ancora un pò e nuota verso riva.

La festa dell’insignificanza, come credo tutti gli scritti di Kundera dopo “L’insostenibile leggerezza dell’essere” – se finisce il mondo e devo salvarne solo uno io salvo questo – non è un vero romanzo. È un saggio di filosofia e un esercizio di scrittura sublime.

Non sempre colgo i nessi, che peraltro nel profondo sento esserci.

Qui, una pagina sull’io come volontà e rappresentazione e sul disprezzo.

Il mio romanzo viola profumato (Jan McEwan)

Un libretto di meno di cinquanta pagine, diviso in due.

Nella prima metà un raccontino delizioso sulla gloria degli scrittori affidata alla casualità, alla nemesi, alla slealtà.

Nella seconda metà una riflessione profonda, sempre con la scrittura leggera di cui McEwan ci delizia anche quando scrive di tragedie, sull’io come forma narrativa.

Da non mancare.

Che la festa cominci (Niccolò Ammanniti)

Riletto dopo qualche anno resta uno dei libri più divertenti che io abbia letto.

I satanisti de noantri.
Il parvenue che si è comprato Villa Ada per esibire la più grande festa cafonal-chic mai vista, da far impallidire Westworld, per le variazioni tematiche previste.
Il giovane scrittore che io non ci vado ma no ci vado e poi li smerdo tutti su Repubblica e intanto propone ad almeno tre donne lì incontrate di scappare nella sua casetta in Spagna.
Gli atleti russi rifugiatisi nelle catacombe di santa Priscilla in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960 che, come in Underground, non sanno che cosa è successo in superficie.
Aggiungeteci la cantante convertita, lo scrittore giovanissimo, il vecchio scrittore, il medico cocainomane, alcuni calciatori e altri personaggi di questo livello.

Ammanniti ha scritto un piccolo capolavoro di perfidia e si dev’essere lui per primo divertito come un matto.

Uno scià alla corte d’Europa (Kadar Abdolah)

Lievi capitoletti di due, tre, non ricordo più di cinque pagine, di un viaggio dello scià di Persia venuto, a fine ottocento, a conoscere l’Europa, ci mostrano il mondo in un momento di grandi cambiamenti visti dallo sguardo curioso, infantile, colto, di un despota che si è portato dietro l’harem e gli intrighi di corte.

Strada facendo qualche iman o funzionario fastidioso scompare, mentre la prediletta riesce a tessere alleanze con regine e principesse per tentare di realizzare il sogno di una vita autonoma.

Lo scià si rende conto di aver svenduto la sua terra ad interessi di cui non è stato in grado di cogliere la portata finchè non ha visitato le catene di montaggio, la fabbrica delle aspirine…

L’autore alterna, ai capitoletti ottocenteschi, incursioni – la ricerca dei diari da cui trarre il suo romanzo, con l’aiuto di una bella studentessa del suo dipartimento universitario di studi orientali – nell’oggi, dove le contraddizioni di un secolo e mezzo fa sono esplose e altre se ne sono aggiunte.

Sono sempre più convinto che l’originalità del racconto possa venire sempre più spesso da culture meticciate: stavolta è un iraniano trapiantato in Olanda.