Mi chiamo Lucy Barton (Elizabeth Strout)

Prima di comprare un libro sempre ne sfoglio qualche pagina, ne leggo qualche periodo, e basta poco per farmelo lasciare lì.

Mi chiamo Lucy Barton non mi aveva respinto e nemmeno granchè attratto. Lo comprai perchè vidi che l’autrice aveva scritto anche Olive Kitteridge, che non ho letto ma dal quale è stato tratto un mini serial televisivo che mi piacque molto.

Questo sarebbe, credo, più difficile da rendere in cinema; o televisione, anche se a me pare che la sovrapposizione cinema/tv sia ormai consolidata, con la sola eccezione delle mega-produzioni da vedere con effetti speciali su grande schermo.

La storia è minima – una figlia al capezzale della madre in ospedale, ricordi… – e, recuperando le mie orecchiette sul margine basso delle pagine, il tema di fondo mi sembra sia una riflessione sullo scrivere, di cui ecco qualcosa:

  • “se uno scrive un romanzo lo può sempre riscrivere, ma se vivi per vent’anni con una persona il romanzo è quello, non lo puoi riscrivere con un altro”
  • “ciascuno di voi ha soltanto una storia, scriverete la vostra unica storia in tanti modi diversi. Non state mai a preoccuparvi, per la storia. Tanto ne avete una sola”
  • “se la vostra storia ha un lato debole affondateci i denti e affrontatelo prima che possa accorgersene il lettore”
  • “se mentre scrive questa storia sentirà che sta proteggendo qualcuno, si ricordi: c’è qualcosa che non va”

Direi che è valsa la pena leggerlo – 150 pagine leste leste – anche solo per queste mini perle editoriali.

Esti (Péter Esterházy)

Libro fra i più strani che io abbia letto. Sono stato sul punto di lasciarlo più volte, per la difficoltà di seguire sia le trame che la scrittura, ma il fascino di quella lingua continuamente piegata, domata e fatta rinascere in forme inedite mi ha stregato.

Una citazione è obbligatoria per il traduttore Giorgio Pressburger che è riuscito a rendere – io certo non conosco l’ungherese – le infinite cirlocuzioni e i continui accostamenti inediti di parole come se fosse stato scritto in italiano (sono solito lasciare un’orecchietta sul margine basso della pagina che vorrò rileggere, se e quando riprenderò in mano un libro, e non ricordo di averne lasciate tante come stavolta).

Perciò non sono in grado di dire niente della trama, perchè Esti è il multiforme protagonista che, multiforme in senso proprio, si traveste si incarna si immedesima in cento personaggi, e animali, e oggetti, fino a dare comunque un affresco d’insieme dell’autore che mi è sembrato di riconoscere come se fosse stato un mio amico brillante e geniale, quando adesso sono andato a cercarlo su wikipedia, e ne ho trovato una foto con un’enorme massa di capelli bianchi su un viso soddisfatto.

Eppure discendeva da una delle più nobili famiglie ungheresi e certo ha patito la discesa nell’inferno della cortina di ferro, ma se cita il comunismo si tratta sempre dei communistelli o communistucci, dei quali comunque parla sempre con sobria leggerezza.

Eppure il suo libro più famoso, Harmonia caelestis, che racconta la storia della famiglia, ha avuto bisogno di una riedizione corretta quando l’autore ha scoperto che il padre era stato un delatore.

Mi piace immaginare il suo scrivere come (anche) una liberazione, nel piegare la lingua, dai fantasmi del passato.