Nel guscio (Ian McEwan)

Un gioiellino godibilissimo, e mi fermerei qui, perchè McEwan è uno dei più grandi scrittori al mondo.

Ero restio, mi sembrava una trovata ad effetto far parlare in prima persona un feto vicino alla nascita, ma il risultato è un piccolo capolavoro.

I personaggi – lei, lui, l’amante di lei, l’amante di lui, che ci potrebbe essere di più banale? – li conosciamo attraverso il punto di osservazione limitato del nostro protagonista invisibile, che ascolta i discorsi, percepisce i movimenti interiori del corpo della madre, e ci dà modo di avvicinarci ai fatti in maniera graduale, aggiungendo pezzetti di verità passo passo.

È una storia di amore e tradimenti che strada facendo sconfina in un potenziale giallo/noir, i cui protagonisti sembrano assumere le caratteristiche dei delinquenti stupidi dei fratelli Coen, da Il grande Lebonsky a Fargo.

Mi ha richiamato, per il susseguirsi di eventi e di evoluzioni interiori in un tempo e in uno spazio (numero di pagine) limitato, Cecil beach, pure quello un piccolo capolavoro. La grandezza di McEwan sta nella capacità di passare da tragedie (Bambini nel tempo, Giardino di cemento), a irrimediabili contrasti di personalità e cultura (Cecil beach, appunto), a un divertimento come questo Nel guscio, con la stessa resa letteraria.

Il finale, poi, è proprio delizioso.

Da non mancare.

La vita come un romanzo russo (Emmanuele Carrère)

Mi sono sorpreso di non aver qui recensito “Il regno” e “Limonov”, dello stesso autore.

Entrambi da leggere, specialmente, per me, Limonov, che restituisce un affresco di un personaggio davvero speciale, un poeta che viene dal popolo, un crogiolo di contraddizioni fra gli intellettuali di New York, l’URSS di ieri e la Russia di oggi.

Il regno è una profonda riflessione, storicamente fondata, sul cristianesimo, nascita e sviluppo dei primi tempi.

Carrère ha inventato un genere, che credo abbia anche una denominazione, per quanto – poco, proprio poco, a mio parere – queste classificazioni valgano, che consiste nella presenza diretta, con la propria vita, dello scrittore in ciò che sta scrivendo.

Questa presenza in Limonov è discreta, in secondo piano. Ne “Il regno” c’è di più, ed ha una sua ragion d’essere in alcuni paralleli della Storia con il contatto dello scrittore con il cristianesimo.

Meno male che ho letto “La vita come un romanzo russo”, che è stato scritto prima degli altri due citati, dopo Limonov e Il regno. Perchè se lo avessi letto per primo difficilmente mi sarei accostato ad altro.

La storia di “la vita come un romanzo russo” assembla – assembla, sì, perchè le connessioni fra le storie sono fragili quando non inesistenti – la volontà di rendere pubblica la vergogna di famiglia di un nonno che è stato collaborazionista, la curiosità di andare a capire in un posto sperduto della Russia chi fosse quel prigioniero ungherese di cui tutti si erano dimenticati, un racconto erotico che mette definitivamente in crisi la relazione con la compagna del momento.

La presenza costante dell’autore qui è insopportabile, e l’esibizione di sincerità somiglia più ad una trasmissione televisiva in cui si celebra l’osceno dell’intimità esibita che alle Confessioni di sant’Agostino.

Però scrive tanto bene, e riesce a portarti alla fine: la magia è di farsi vedere così tanto stronzo che tu che lo leggi riesci a dirti vabbè pure io certe volte non scherzo, ma proprio così no, eh!

Presi per il PIL (Lorenzo Fioramonti)

Nel 1987 l’Italia diventò la V potenza economica del mondo grazie ad un trucco contabile: l’inserimento nella contabilità nazionale della (stima) dell’economia sommersa.

Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è un indicatore che, come tale, ha una sua utilità, ma che preso come riferimento sostanzialmente unico per la ricchezza produce distorsioni intollerabili.

Fu introdotto nel 1934 negli USA, come strumento per “misurare” l’uscita dalla Grande Depressione.

Servì, a quello scopo. Sopratutto quando gli USA si trasformarono in una macchina da guerra per sconfiggere Hitler. Gli studi sul PIL permisero di trovare i punti di equilibrio fra gli obiettivi di produzione militare e di mantenere alto il consumo interno. Gli economisti ebbero ragione sui militari nel portare alla decisione che il momento adatto per l’intervento sarebbe stato nel 1943/44, come poi fu.

Kuznets, che lo aveva inventato, cercò di mettere in guardia sul fatto che uno strumento nato in occasione di una crisi temporanea e poi utilizzato in periodo di guerra fosse quello giusto anche in tempo di pace, ma gli USA continuarono ad estendere l’industria di guerra ed il PIL divenne una star intoccabile, estesa poi a tutto il mondo.

Kuznets fece notare che il PIL è sovrastimato, perchè include come valore beni e servizi, come il consumo di acque minerali causato dell’inquinamento delle risorse idriche etc, che derivano da distorsioni prodotte proprio dallo sviluppo industriale. Paradossi a non finire, come il lavoro salariato di una collaboratrice domestica che va nel PIL mentre non ci va lo stesso lavoro fatto da una casalinga. Insomma il lavoro “utile” non vale!

Il PIL USA beneficia delle enormi spese sanitarie private, mentre in quello cubano non conta la sanità gratuita!

E se un giorno la vendita di eroina diventasse legale ecco che il PIL aumenterebbe a dismisura per una legge senza che niete di essenziale sia cambiato nel mondo!

Nel tempo, in effetti, la metodologia di calcolo è stata più volte modificata: ad esempio nel 2007 Eurostat (ente statistico europeo) ha proposto di includere prostituzione e vendita di droghe leggere nel calcolo del PIL.

Qualcosa si è mosso: nel 2010 Cameron ha chiesto di stimare la “felicità” degli inglesi, Obama ha istituito una commissione per la misurazione del “benessere soggettivo”, nel 2012 il Segretario generale dell’ONU dichiarò il bisogno di nuovi indicatori che tengano conto sì dello sviluppo economico, ma anche di benessere sociale e ambientale.

Alla fine, il punto è che ogni società dovrebbe scegliere gli indici che misurino il proprio benessere, ma l’esistenza del Pil, dalla cui misura dipendono in larghissima parte i movimenti finanziari internazionali, rende difficilissimo questo lavoro.

Un libro molto, molto molto interessante. Agile (190 pagine). Da leggere e anche un pochino studiare.