Resistere non serve a niente (Walter Siti)

Non conoscevo Walter Siti, ne ho letto la prima volta per le polemiche, che ho trovato e trovo assurde, sul suo ultimo romanzo “Bruciare tutto”. Ne ho letto un’intervista, ho visto che aveva vinto un premio Strega – in passato storcevo il naso di fronte ai premi, ma devo ammettere che i premi Strega che ho letto erano tutti meritevoli di essere letti, e se in Italia non si scrivono capolavori non sarà mica colpa dei premi! – ed ho deciso di provare.

“Resistere non serve a niente” è stato, infatti, premio Strega 2013.

In certi momenti mi ha fatto pensare ad American Psyco, che considero un grandissimo libro, non tanto per la violenza lì estrema e qui solo annunciata sullo sfondo e comunque non protagonista, quanto per la descrizione di un mondo di ricchi, arricchiti, aspiranti ricchi e di relazioni personali impossibili ad essere autentiche ma che nemmeno sembrano minimamente aspirarvi.

L’autore si mette in mezzo a tratti come uno dei partecipanti alla storia e lo fa con eleganza letteraria, riuscendo ad inserivi pure, senza sbavature, contatti con l’editore committente.

Scritto benissimo, fa entrare nel mondo della finanza che ci governa e riesce a rendere l’impalpabile e tuttavia stritolante potere del denaro apparente. So qualcosa di finanza e derivati e tuttavia in qualche passaggio – documentato, come si spiega nei ringraziamenti finali – mi sono perso i dettagli, ma il succo è rimasto, intrecciato con le vite disperate – nessuno escluso – dei protagonisti, che un finale con un venticello di ripresa non basta a salvare.

A me non sono particolarmente piaciuti i tasselli con personaggi o veri o fintamente nascosti, dei quali avrei fatto volentieri a meno, ma credo si sia fatto prendere la mano dalla vernice di “verità” che ha voluto dare con l’intervento in prima persona dello scrittore. A mio parere ha sottratto invece, così, autenticità alla storia.

Comunque bello, da leggere.

54 (Wu Ming)

Sempre dubbioso di questo collettivo di scrittori passati da Luther Blisset a Wu Ming, mi sono deciso a provare con questo “54”, che sta per l’anno 1954.

La trovata – assumere segretamente Cary Grant per spostare Tito verso il mondo occidentale – è carina e tutto sommato ben resa, nell’intreccio con i residui delle storie partigiane sul fronte est con partigiani combattuti nei cuori, e combattenti fra di loro, purtroppo, fra sentirsi più italiani o più internazionali e comunisti.

Il dopoguerra con i nuovi protagonisti provenienti dalle diverse e spesso opposte storie personali, un figlio alla ricerca del padre, personaggi che continuano la rivoluzione mancata con il contrabbando, insomma una quantità di materiale ottimamente strutturato da chi sa come si costruisce un intreccio.

Appunto: si costruisce. E si sente. Ho immaginato che i diversi autori si siano divisi i filoni narrativi avendo stabilito a priori i nodi di contatto, e mi riesce difficile pensare che altrimenti che così possa essere andata.

Comunque un prodotto gradevole, di lettura piacevole. Per me basta così.

L’ordine del tempo (Carlo Rovelli)

Insomma, sembra che l’abbiano letto proprio tutti, così eccomi qui.

Ho imparato che il tempo non scorre alla stessa velocità in tutti i posti. Anzi, non scorre alla stessa velocità in nessun posto! Per esempio, in montagna va più veloce che in pianura. Carlo Rovelli è un fisico, dice che ce ne sono prove sperimentali, mi fido, gli credo.

Sembra che si tratti di qualcosa di simile alle teorie di Newton prima che Einstein formulasse la teoria della relatività: le teorie di Newton restano vere, nell’ambito in cui sperimentiamo la quasi totalità della nostra esperienza, e sono utilissime per “fare cose”. Diventano inservibili, anzi false, se si cerca di applicarle al piccolissimo e al grandissimo.

Così per il tempo: quando ritroverò alla base il mio amico che è salito sulla montagna i nostri orologi segneranno la stessa ora, anche se per lui il tempo sarà passato più velocemente, ma questo dipenderà soltanto dalla insufficiente precisione dei nostri orologi, e per quanto riguarda esserci dati un appuntamento ad un’ora ci sarà più che sufficiente.

Quindi tranquilli: anche se ad altri livelli passato presente e futuro potrebbero scorrere in altre direzioni, per quanto riguarda le nostre limitate vite scorrono sicuramente solo in direzione della morte (alla quale, come è noto, Woody Allen è nettamente contrario).

Insomma il tempo non è un concetto assoluto, ma uno dei modi attraverso i quali le cose e le persone sono in relazione. Cioè non esiste “di per sè”, ma solo se c’è una relazione fra almeno due entità.

Ho trovato particolarmente stimolante il capitolo 12 “Il profumo della madeleine”, dove in una quindicina di pagine si spazia fra filosofie e religione, identità personale e memoria.

Mi è tornata alla mente Alice, alle prese con il suo sogno in cui c’è il Re rosso, che si chiede se anche lei sarà presente nel sogno del Re rosso.

È possibile che io non abbia ben capito ciò che ho cercato qui di riassumere e che, per la mia ignoranza di base circa la fisica, abbia scritto anche qualche sfondone. A chi volesse accertarsene toccherà munirsi di questo libricino di meno di 200 pagine (di quelle piccole, tranquilli) che garantisce in ogni caso una quantità di spunti di riflessione a largo raggio, e per riflettere non c’è bisogno di capire proprio tutto, no?

Breaking news (Frank Schätzing)

Consigliato da Clara Sereni, mille pagine di avventure di un giornalista che, dopo una tragedia in Afganistan di cui è stato parte, ritroviamo – carriera, quella brillante, finita – a ciondolare per i bar del medio oriente scrivendo articoli per giornali secondari.

Gli si presenta lo scoop della vita, l’occasione per provare a rientrare nel giro dei grandi reporter di guerra.

Siccome lo scoop ha a che fare con i servizi segreti israeliani, nelle loro varie diramazioni ufficiali ed anche in quelle che da noi si chiamerebbero deviate, la faccenda si fa complicata fino al rischio della vita, che qualcuno strada facendo ci rimette davvero.

Chi ricorda uno dei racconti della Nausea, di Sartre, sa che il partigiano torturato deve resistere ventiquattro ore per dare modo ai suoi compagni di trovare rifugi sicuri e allora costui, per guadagnare tempo, finge di cedere e si inventa che i suoi compagni hanno come punto di raccolta un certo cimitero. Beh, il punto di racconta è proprio in quel cimitero, ed il povero partigiano senza volere ha consegnato i propri compagni al massacro. Qui succede qualcosa del genere: per avvalorare le informazioni che ha, il nostro protagonista aggiunge di suo qualcosa di molto succoso per il giornale a cui sta offrendo l’articolo e dal quale deve avere una consistente somma di denaro per acquistare il cd, senza sapere che quella invenzione, talmente enorme, è vera, e qualcuno che ha ascoltato la conversazione non può permettersi che venga divulgata.

Comincia così la caccia e la fuga.

Ma questo è solo il filo che lega il romanzo, perchè il grosso della sostanza consiste nel racconto, a mano a mano che i tanti protagonisti si presentano sulla scena e se ne sviluppano le vite, della costruzione dello stato di Israele, delle guerre vinte, delle paci fatte, delle paci non fatte, delle invasioni del Libano dei territori palestinesi del Sinai etc.

Da quello che so, le ricostruzioni sono abbastanza fedeli, anche se il punto di vista è sempre rigorosamente israeliano, ma d’altra parte si tratta di un romanzo e le malefatte israeliane non sono certo sottaciute, anche se grande simpatia verso non tanto i palestinesi quanto i loro capi non sembra esserci.

Se qualcuno ha visto quel peraltro bellissimo film che era Valzer con Bashir può capire quando dico che niente è sottaciuto ma la sofferenza maggiore sembra essere quella di chi è costretto a far finta di non vedere mentre i palestinesi di Sabra e Chatila vengono massacrati dalle milizie falangiste piuttosto che lo strazio di chi è massacrato.

Le parti che mi sono particolarmente piaciute sono quelle delle vite dei colonizzatori di una parte del Sinai che pochi anni dopo sono costretti ad abbandonare tutto perchè è stata fatta la pace con l’Egitto, e alcuni di costoro si ritrovano di nuovo lasciare le proprie case per un nuovo progetto di accordo con i palestinesi. Sappiamo che poi le cose, storicamente e politicamente, stanno andando in tutt’altra direzione, ma le lacerazioni interne e le conseguenze sia sui legami familiari che sulla lealtà dei vari apparati sono ottimamente rese.

Il meglio sono le scene di azione, sia all’inizio in Afganistan sia durante gli inseguimenti a chiave plurima in Israele. Qualche volta al protagonista vengono attribuite doti di combattente direi esagerate, ma il tutto tiene.

Non svelo nè l’invenzione vera del giornalista nè il progetto micidiale che salterebbe se lo scoop fosse reso pubblico, dico solo che risultano credibili nel contesto.

Un libro complesso, documentato, direi al livello del miglior Ken Follet.

Mostri che ridono (Denis Johnson)

Scelto per un consiglio di lettura da parte di Jonathan Franzen, ottima scelta, cercherò altri libri di questo autore che non conoscevo.

Lo cominci a leggere e ti sorprendi di trovarti in un Pavone Einaudi,visto che l’ambientazione è fra spie sottospie e controspie nel centro dell’Africa.

Protagonisti un capitano della Nato americano di origini danesi e un ex bambino guerriero ex Cia ex Afganistan ora forse disertore forse infiltrato e insomma qualsiasi cosa si possa essere da quelle parti in mezzo ad ogni traffico senza risparmiarci Mossad e Russi.

Le vicende sono a volte complicate a volte semplificate dalla presenza di una bellissima figlia di un generale nero di una base Usa, fidanzata dell’ex bambino guerriero che la vuole portare, prima di sposarsi, a conoscere la sua famiglia chissà dove, essendo il concetto di famiglia da quelle parti piuttosto lato e vago.

I due sono impegnati per tutto il libro a cercarsi perdersi e ritrovarsi, a raccontarsi reciprocamente mezze balle e mezze verità su traffici veri o presunti o immaginati che vanno dal terribile uranio arricchito ai più banali cavi delle centraline non più utilizzate di certi nodi Nato.

E poi la polvere rossa africana che avvolge tutto, gli alberghi lussuosi e squallidi, qualche stregoneria.

L’ho detta sconclusionata? Credo proprio di sì. Bene, la sconclusionatezza, se il vocabolo esistesse, sarebbe il filo conduttore, peraltro intrinsecamente solido, di questa strana amicizia di questi personaggi così irreali e così carnali.

Spero vi venga voglia di leggerlo, io me lo sono proprio goduto, ne cercherò altri.