Dove la storia finisce (Alessandro Piperno)

Il mondo è lo stesso degli altri due romanzi di Piperno – Con le peggiori intenzioni e Inseparabili – che ho letto, e cioè famiglie ebree romane ricche / benestanti.

Comincia, mi pare, ad essere un limite quest’ambientazione costante, come se Piperno non volesse uscire dal mondo che conosce e ripetesse, con variazioni, la stessa sonata con solo qualche tono diverso.

La scrittura è sempre scorrevole e godibile, e questo resta il maggior pregio di questo romanzo e di Piperno in generale.

Lo confrontavo con Eccomi, letto di recente, per l’ambientazione comune ebraica, anche se lì sono intellettuali di New York e qui medio borghesi romani, e riflettevo su come le duecentosettanta pagine siano risultate insufficienti a dare spessore ai personaggi.

Matteo, più che Il protagonista è l’elemento catalizzatore di un groviglio di relazioni di cui è, anche suo malgrado in qualche caso, il centro. Abbiamo quindi la moglie, la figlia di questa moglie e il figlio di una precedente, i rispettivi coniugi e le rispettive famiglie di origine, un caro amico che lo ha sostenuto in tutti i modi durante dodici anni di esilio forzato in California per sfuggire a un feroce cravattaro.

Lo strozzino finalmente è morto, e il ritorno di Matteo costringe tutti a confrontarsi con la novità nelle vite di ognuno.

Le diatribe di coppia con i corollari suoceri nuore cognati sono descritte con una certa ferocia e questa forse è la parte più godibile.

Il finale arriva inaspettato, il che in genere è una buona cosa perchè è difficile ormai rimanere sorpresi, ma risulta “aggiunto” come per voler dare un tocco di drammaticità a situazioni ben scritte e descritte ma fruste.

A differenza che negli altri romanzi Piperno qui tratta infine bene i suoi personaggi, e l’ultima riga a sorpresa mi ha dato l’impressione di averla scritta per farsi perdonare dalla comunità ebraica romana la messa a nudo ripetuta di un mondo che, nell’insieme, non fa mai una bella figura da questi romanzi. Ma questa è solo una mia libera interpretazione.

Purity ( Jonathan Franzen)

L’ho tenuto sul comodino dall’estate scorsa, le seicentotrentasei pagine meritavano che giungesse il momento adatto.

Purity è il nome di una ragazza di poco più di vent’anni, una delle protagoniste dell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, che ci viene presentata in un appartamento condiviso con personaggi al margine del mondo, carica di debiti studenteschi e con una madre che non vuole rivelarle chi sia il padre.

Non è l’unica protagonista. C’è Andreas, all’inizio solo evocato e poi descritto a tutto tondo dalla prima giovinezza nella Republica democratica tedesca fino al piccolo paradiso in Bolivia dove ha il quartier generale di un’organizzazione svelasegretideipotenti emula di Julian Assange.

I due si incontreranno e per un po’ sembreranno troppe e non sempre verosimili le coincidenze, che invece scopriremo essere parte di un disegno complesso e del tutto lineare, senza una sbavatura di scarsa credibilità.

Grande maestria nella costruzione della storia, dunque, che ruota intorno ad un assassinio da una parte e, dall’alra, alla ricerca della propria strada nella vita attraverso la ricerca del padre e della ricostruzione della propria storia familiare.

Ma non è questo, che già basterebbe a consigliarne la lettura, il pregio maggiore.

Mi viene da far riferimento solo a Dostoevskij per dire della profondità e della gamma di sfumature con cui i moti dell’animo, le contraddizioni più profonde, sono proposti così come sono, e privi di giudizio. A volte viene voglia di chiedersi se ci fosse proprio bisogno anche di questa digressione, ma a mano a mano che si procede ogni personaggio acquista spessore a tutto tondo e alla fine ci sembrerà di averli conosciuti tutti: un ampia esposizione non di tipi umani ma di persone intere di carne e sentimenti.

Mentre confrontavo l’elenco dei suoi romanzi con i titoli allineati nella mia libreria mi sono reso conto di averli letti tutti. A volte mi capita di rileggere. Se mai decidessi di rileggere un romanzo di Franzen sarà Purity, anche prima del più famoso “Le correzioni“.

Qui recensiti anche “Forte movimento” e “La ventisettesima città

Westworld

Da un vecchio (1973) film di Crichton con Yul Brinner sono state tratte queste dieci puntate di circa un’ora l’una. L’idea, che Crichton estenderà poi in Jurassik Park, e quella del parco di divertimenti di altissimo livello dove ad un certo punto i visitatori diventano vittime delle creature costruite per il parco stesso.

Qui gli “abitanti” sono androidi indistinguibili dai visitatori umani, che abitano un territorio sconfinato dove danno vita ad una quantità di filoni narrativi governati da una complessa macchina organizzativa, e dove i visitatori, in un’ambientazione western, possono sfogare i propri istinti violenti senza temere conseguenze. E’ un mondo di visitatori, con pochissime eccezioni, di soli uomini.

Se ci si mettesse a cercare la contraddizioni se ne troverebbero in quantità e perciò, scontato che la credibilità narrativa sia inesistente, vale la pena farsi prendere dal gioco di rimandi e anche da qualche non ingenua riflessione circa libertà, determinismo, coscienza di sè.

Saremo sorpresi – senza eccessi, direi – dallo scoprire qualche inversione di ruolo fra umani e androidi, dallo svelamento della verà identità di qualche umano invecchiato lì perchè vi ha scoperto la sua vera natura, ammirati dalla luciferina intelligenza del creatore di tutto ciò.

Come ci comporteremmo in un mondo dove potessimo ammazzare chi ci pare e come ci pare solo perchè ci abbia guardato storto e sedurre o, se ci piacesse di più, stuprare bellissime donne? Insomma, nella vita reale ci limitiamo per senso morale o per paura delle conseguenze? Alla fine, noi umani siamo naturalmente buoni o cattivi? Egoisti o altruisti?

Già essere indotti a porsi tali interrogativi, su cui la filosofia indaga da sempre senza che si sia giunti a conclusioni univoche, dà dignità ad un prodotto che è comunque di buon livello.

Su tutti, Ed Harris ed Anthony Hopkins.

E’ stata annunciata una seconda serie; la mia impressione è che ciò che poteva essere dato sia stato dato, difficile immaginare novità tematiche, senza le quali le infinite storie che si potranno aggiungere rischieranno la ripetitività. Vedremo quando sarà il monento, comunque.

Quirke

Tre episodi di circa un’ora e mezza l’uno, quindi di fatto tre film con ciascuno una propria storia e con gli stessi protagonisti.

Gabriel Byrne è Quirke, un anatomopatologo che si trova quasi suo malgrado ad investigare su morti sospette.

Non è tuttavia il giallo la cifra tematica delle mini serie, quanto l’ambientazione nella Dublino bacchettona ed ipocrita del secondo dopoguerra ed i collegamenti peccaminosi con la Boston di derivazione irlandese. Abbiamo dunque il vecchio giudice sopra alla legge, triangolazioni e intrecci familiari tortuosi con il fratellastro, la moglie, la figlia e sullo sfondo i bambini abbandonati negli orfanotrofi, la ricerca dei genitori e di tutto un po’.

Nulla di particolarmente originale, ambientazione curatissima, attori tutti che ti immagini usciti dai teatri shakespeariani, la sola interpretazione, sommessa ed intensa come in “In treatment”, di Gabriel Byrne vale la visione.

La serie – BBC – è del 2014.

Il simpatizzante (Viet Thanh Nguyen)

Il protagonista ha un talento naturale: è “in grado di considerare qualsiasi punto di vista da due punti di vista antitetici“.

È il talento delle spie, dei doppiogiochisti. Il nostro, infatti, è un comunista vietnamita infiltrato al fianco di uno dei più importanti generali del Vietnam del sud, che seguirà negli Usa in fuga alla rovinosa caduta di Saigon. Da lì continuerà a mandare relazioni segrete sui tentativi dei reduci irriducibili di tornare a lottare per la liberazione, fino a rientrare egli stesso e ad incontrare gli effetti della realizzazione rivoluzionaria.

Viet Thanh Nguyen è un professore universitario di letteratura, ed è l’ennesimo esempio – la prima folgorazione l’ebbi con Salman lo straordinario “I versetti satanici” – di come l’incrocio di culture sia il più fecondo mezzo per far emergere qualcosa di originale.

Quanti film avremo visto sulla guerra del Vietnam? Beh, mai mi sono sentito così dentro alla paura alla polvere alla confusione al sangue alla disperazione al sudore come nella descrizione dell’assalto agli ultimi posti per lasciare Saigon mentre i vietcong hanno sfondato tutte le resistenze e stanno entrando in città.

Un sottofondo permanente di dolente ironia permette una descrizione quasi leggera di torture e ammazzamenti.

Il tema, comunque, non è la storia della guerra del Vietnam, ma la condanna alla mancanza di identità di quest’uomo doppio, generato da una donna vietnamita e da un prete bianco, che riflette a sua volta il dramma di un paese separato da una riga tracciata sulla carta geografica. La sua tragedia è quella di un popolo riunificato a prezzo di infiniti – e alla fin fine inutili, superflui – orrori.

Premio Pulitzer 2016. Da leggere.