Ferito a morte (Raffaele La Capria)

Riletto almeno per la terza volta, resta un piacere sopraffino.
Un gruppo di ragazzi di buone famiglie napoletane fra la fine della guerra e gli anni cinquanta, fra mare sole pesca subacquea e ragazze e il circolo nautico dove padri e zii e nonni si sfidano in epiche partite che durano giorni ed in cui possono giocarsi tutto.
E’ una storia di maschi, le donne sono di sfondo, anche se non si tratta di virilità quanto di cameratismo, amicizia, eppure i sentimenti mai sono esposti, sempre sfumati, tutti intorno all’inattualità del protagonista, Massimo, che non riesce nè a sentirsi parte nè a staccarsi.
L’incipit – la spigola mancata perchè l’arpione parte un attimo dopo e Carla mancata non si sa perchè – è fra i più belli io dico della letteratura mondiale.
Non conosco se non superficialmente Napoli, non ho vissuto quegli anni cinquanta, eppure è come se l’aria di quel mondo mi fosse diventata familiare, e mi sento e affezionato e lontano da Ninì, Cocò, Sasà…
Il romanzo è pervaso da un senso di struggimento, in una pagina, forse una e mezza, Glauco, tornato da avventurose ricerche d’oro in Venzuela e traffici d’armi con Cuba, distrugge l’immaginario incantato dei Caraibi mentre sorseggia un caffè sulla piazzetta, dove Massimo inutilmente cerca di rintracciare il fratello Ninì, il più brillante della compagnia, il più ricercato, che sta prendendo il posto dell’inarrivabile Sasà, del quale è destinato a condividere anche l’inevitabile declino.
Infine: la scrittura. Ricca, elegante, complessa quanto scorrevole, che ti fa arrivare l’odore del mare e il rumore dei passi sulla piazzetta di Capri, capace di quegli sviamenti temporali di cui oggi troppi fanno sfoggio senza sapienza.
In realtà non so spiegare fino in fondo perchè è un libro che, senza che ciò sia in alcun modo cercato, prende il cuore di chi lo legge.

Venere in pelliccia (Roman Polansky)

Due soli attori – un’attrice strappa fuori tempo un’audizione ad un regista – mettono in scena una sequenza di scambio di ruoli scambio di parti scambio di persone.

La magia di Polansky sta nel farci passare dal livello reale (attrice / regista) al livello teatrale (donna / uomo) al livello lotta di potere fra i sessi al livello scambio di ruolo con qualche intervallo di cambio di prospettiva (l’attrice conosce davvero la fidanzata del regista? sta davvero facendo lì un lavoro diverso da quello dell’attrice?), il tutto miracolosamente privo di sbalzi, senza fare alcuna fatica nel sapere “dove siamo adesso” e tuttavia con la continua sorpresa del trovare uno al posto dell’altra o al posto di se stesso in altro ruolo.

E’ il tema del potere nelle relazioni di coppia che viene esplorato qui agli estremi del piacere della sottomissione e della dialettica servo/padrone. Come nei precedenti, e altrettanto belli, “La morte e la fanciulla” e “Luna di fiele”.

Infine, piacere inaspettato, ho scoperto che Polansky sta per girare un film su Dreyfus, tratto da L’ufficiale e la spia di Robert Harris, che ho appena letto.

Grande regista, Polansky.

Settanta acrilico trenta lana (Viola Di Grado)

Mi avevavo detto “peccato ci sia scritto sulla pagina di copertina che l’autrice ha solo ventitrè anni, sarebbe stato meglio leggere senza saperlo”. Credo che lo avrei intuito: la scrittura è di una donna e di una giovane donna, il che – la riconoscibilità di genere – forse è un primo limite.
Ma sbaglio a partire dai “limiti”, perchè le qualità li sovrastano ampiamente.
La scrittura, soprattutto: inventiva, ricca, padroneggiata con disinvoltura, piegata ai ritmi.
Ecco, il ritmo: il ritmo è costantemente accelerato, non lascia spazio alle introspezioni, le fa dedurre dagli accadimenti – il che considero un grosso pregio – ma così i passaggi, in meno di duecento pagine, a volte risultano ingoiati in fretta.
La storia: un uomo muore insieme con l’amante in un incidente di macchina (mi ha ricordato Film Blu, anche se lì muoiono marito e figlia e l’amante si scopre dopo) e moglie e figlia sono annichilite. Il dolore, diretto e reciprocamente riflesso, le annienta. In una cittadina inglese descritta quasi con violenza nei colori e nelle tetraggini le due donne si isolano in un silenzio in cui ogni sguardo ha un titolo, un significato, come gli ideogrammi cinesi che la figlia studia con un ragazzo cinese in un negozio di vestiti cinesi.
Una pagina d’amore – incompiuto – con ideogrammi fra le più belle che abbia letto. Meno riuscite, mi è parso, altre pagine di sesso. Il rapporto fra i due fratelli cinesi mi è risultato un po’ accozzato, e la resurrezione repentina della madre, con finale che non dico, mi è arrivata poco vera.
Il finale dice “non ti voglio lisciare il pelo, caro lettore”, ma la scrittura dice altro.
Insomma le contraddizioni non mancano, ma ogni romanzo che mi fa venire voglia, e fino alle ultime pagine, di arrivare alla fine è degno di essere letto.

L’ufficiale e la spia (Robert Harris)

L’affare Dreyfus, nella Francia di fine ottocento.
Avevo informazioni vaghe, sui fatti, avevo una reminiscenza del J’accuse di Zola, ne ho ricavato un’informazione completa, circa i fatti, organizzati in un romanzo appassionante.
Un ufficiale francese – Dreyfus, ebreo, e quindi anche l’antisemitismo farà la propria parte – ingiustamente accusato di essere una spia dei tedeschi, condannato con prove false e deportato sull’isola del diavolo (Sudamerica, di fronte alla Caienna) in condizioni disumane, e un altro ufficiale francese che andrà a fondo dei dubbi che, all’inizio casualmente, gli verranno sulla vicenda. E che per questo sarà a sua volta perseguitato.
Ecco un romanzo che non aggiunge niente alla storia della letteratura, che non contiene sperimentazioni, che non ha una lingua elaborata, che non ti sorprende con la frase ad effetto.
Ecco un romanzo.
Quattrocento pagine ben scritte, che scorrono e ti prendono e vuoi leggere ancora per sapere come andrà a finire anche se lo sai già.
E ritrovi e riconosci i burocrati – questi i grandi burocrati della guerra, ma non sono diversi i burocratini – prima ottusi poi disposti a qualsiasi nefandezza pur di mantenere il punto pur di non dover riconoscere di aver sbagliato. Non li ho conosciuti tanto diversi, anche se in – per fortuna – contesti non così drammatici, nella capacità di piegare qualsiasi virgola alla verità pregiudiziale già stabilita.
Un gran bel libro, che mi ha fatto venire voglia di andare a cercare Il conte di Montecristo, che ho solo visto reso per lo schermo, ma mai letto.
E gli altri libri di Robert Harris.