Tempo di imparare (Valeria Parrella)

Lo cominci con un leggero fastidio, per la lingua difficile, e dopo poche pagine te lo senti in mano che lo vuoi leggere tutto di un fiato.
Eppure sai che non ci sarà un “finale”.
Eppure non c’è un intreccio, non ci sono personaggi, non il filo di una storia, se non una mamma ed il figlio disabile che non vuole chiamare disabile e nemmeno normale e nemmeno solo figlio e allora capisci che la lingua difficile non è esercizio di bravura ma necessità per dire ciò che non ci sono tutte le parole per dirlo.
E quando lo capisci perdoni qualche sfoggio superfluo (non si dovrebbe dare per scontato che tutti sappiano chi è Chomsky, ad esempio) di cultura e cerchi di collocarlo nella Napoli colta di cui la protagonista è figlia dichiarata.

Donne con le palle

Mi sono trovato in un vivace scambio di opinioni circa l’espressione “donna con le palle”.
La mia opinione è che si tratti di un’espressione pessima.
Sono rimasto sorpreso dal fatto che diverse donne la difendevano, o minimizzando perchè ormai è entrata nell’uso comune e nessuno ci fa caso, o perchè la donna comunque è donna e così non si fa altro che “aggiungere” un qualcosa che rappresenta forza, coraggio, determinazione.
Non credo di essere riuscito a far venire almeno il dubbio che l’implicito – in modo evidente, a me pare – sotteso sia “è l’uomo quello che vale, e se una donna vale è perchè ha gli attributi dell’uomo”.
Mi è tornata alla mente una scena, che trovo fra le più violente della storia del cinema, di Strange days: in un certo futuro esiste una cuffia che permette di registrare le sensazioni di chi la indossa, e il film ruota intorno al commercio di registrazioni di morti violente. Nella scena di cui dicevo, uno sta violentando una donna, e le impone di indossare una cuffia attraverso la quale la donna prova in diretta le sensazioni di chi la sta violentando.
Sarà, forse, perchè Kathryn Bigelow è una regista con le palle?