Il tempo invecchia in fretta (Antonio Tabucchi)

Tabucchi è stato amore a prima vista, quando incontrai le prime raccolte di racconti. Scrittura elegante, sempre qualcosa di sospeso nell’aria, mai una chiusura banale, un residuo indeterminato era garantito, e con questo la non pacificazione, la non risoluzione, quindi l’apertura a qualcos’altro che sta a te cercare. Se pure ci fosse.

Quest’ultima raccolta di brevi racconti non potrebbe che essere sua. Nel senso che Tabucchi è uno “scrittore-Mozart”,  di quelli, cioè, che alla prime note non puoi non riconoscere l’autore.

Non so come sia morto, tendo a non “sapere” troppo dell’uomo rispetto all’autore.

A poco più di settant’anni, tuttavia, oggi c’è di media ancora tempo a sufficienza davanti anche per fare progetti. Quindi immagino una malattia, e da questi racconti credo si sentisse, o sapesse di essere, vicino alla fine.

Sono tutti, infatti, racconti di vecchi, e la vecchiaia occhieggia dal titolo.

Non li si può leggere senza sapere che cosa succede – è successo – nel mondo. Tabucchi è un autore esigente con i suoi lettori. Questo mi piace, anche se qualche volta mi restituisce qualche abisso di mia ignoranza. E, quindi, qualche curiosità in più.

Il romanzo mai scritto: l’ho sempre sostenuto, che Tabucchi abbia scritto solo racconti, e che anche “Sostiene Pereira” fosse un racconto lungo, sbrodolato a superare le duecento pagine da un editore che non aveva saputo fare di meglio che aumentare il formato dei caratteri allargare i margini e inzepparlo di pagine vuote fra un capitolo e l’altro. E qui, la conferma: “… quel romanzo che tutti si aspettano, prima o poi, l’editore, i critici, perchè certo, dicono, i racconti sono splendidi, e persino il finto diario è un testo di prim’ordine, non c’è dubbio, ma il romanzo, quando ce lo scrive un vero romanzo?”

Tabucchi, così, se n’è andato senza aver scritto un romanzo.

Ma perchè avrebbe dovuto farlo, se è stato un grande scrittore di bellissimi racconti?