L’estranea (Patrick McGrath)

Un segreto di famiglia, svelato, – resterà ignoto se per consapevole volontà o per un momento di defaillance – cambia inesorabilmente, nel profondo, le esistenze di tutti i protagonisti di questo romanzo.

Chi perchè direttamente coinvolto, chi perchè legato a chi direttamente coinvolto.

E, siccome del segreto è rivelata la sostanza, ma non l’intero contesto nè i particolari, il romanzo scorre anche come un giallo in cui alcuni vogliono sapere, altri preferiscono evitare, ed ogni pezzetto di verità – o di interpretazione di chi la espone o trova? – che si aggiunge non si può prevedere quali effetti produrrà.

I protagonisti sono Constance, che vuole diventare padrona di se stessa finalmente liberandosi del padre da cui non si sente amata, ed il marito Sidney, che le risponde chiediti piuttosto perchè il cielo è azzurro alla domanda di Constance perchè dici di amarmi.

Constance e Sidney si alternano in prima persona capitolo per capitolo, ed è doloroso assistere alle rispettive letture degli stessi fatti che mai combaciano nell’essenziale.

Poi Iris, sorella un po’ sciamannata di Constance, innamorata di un pianista di pianobar, Howard, figlio di un precedente matrimonio di Sidney, Morgan, padre di Constance ed Iris, e Mildred, sua fedele governante.

Sullo sfondo, protagonista inconsapevole e tuttavia presenza discreta e metaforica del disfacimento e, forse, della ricostruzione, Penn station, la stazione dei treni al centro di New York che negli anni 60 fu demolita e ricostruita mentre il traffico continuava. E’ l’unico elemento che ci dà un’informazione sul tempo in cui il romanzo si svolge.

A me è piaciuto anche più di Follia, per il quale Patrick McGrath è soprattutto famoso. Ricordo anche Spider, che non ho letto ma di cui ho visto il bellissimo film che ne ha tratto Cronemberg. Non c’è allegria, di sicuro. Tanta vita, sì, c’è.

Per mano mia (Maurizio De Giovanni)

Quinto romanzo con protagonista il commissario Ricciardi, nella Napoli degli anni ’30.

Il commissario Ricciardi è ricco di famiglia, è unanimemente riconosciuto come eccellente investigatore, non è amato dai fascisti perchè, pur avendo una posizione di tale responsabilità, non li blandisce, anche se mai si esprime apertamente in modo critico.

Stavolta il morto è proprio un funzionario del regime, incaricato, pur senza una veste ufficiale, di controllare il porto. I pescatori, in realtà.

È l’occasione anche per uno spaccato sulle polizie parallele estratte dalle milizie fasciste, di cui ci resta ancora qualche retaggio: non era la guardia forestale il braccio armato del tentato golpe di Junio Valerio Borghese negli anni ’60?

Godibili le descrizioni dei presepi e di chi ne costruisce statuine e ambienti.

C’è pure, come in ogni buona sceneggiatura – sì perchè ormai i romanzi hanno la struttura cinematografica – la storia parallela del fidato brigadiere Maione, peraltro ottimamente  amalgamata nell’insieme.

Il commissario Ricciardi ha una singolarità: percepisce le ultime parole dei morti di morte violenta. Questo non sempre è di aiuto alle indagini, anzi a volte è un ostacolo, perchè alle parole manca il tono, l’inclinazione, il contesto, e questo può facilmente essere fuorviante.

Da qui, anche, la sua tristezza di fondo e l’incapacità di instaurare relazioni significative e durature. Qui è conteso tra la bella e famosa attrice che frequenta gli ambienti che contano a Roma, venuta apposta a Napoli per lui e per l’invidia di tutti, e la donna che il commissario guarda la sera nella persiana di fronte e alla quale non ha il coraggio di proporsi.

Il finale è a sorpresa, ma coerente.

Mi è venuta voglia di leggere i precedenti.

Mi è venuta anche voglia di leggere un giallo con il protagonista che, invece di essere sfigato al modo che l’autore gli ha inflitto, sia bello intelligente spiritoso fortunato e se la spassi serenamente.

PS Riccardo Scamarcio ne ha comprato i diritti e ne uscirà uno sceneggiato (meglio di “fiction”, no?) televisivo.

Fuga senza fine (Joseph Roth)

Libro letto tanti anni fa, ora riletto.

All’inizio con un po’ di fatica, e mi stavo cominciando a dire magari allora ti era piaciuto ma adesso mi sa che ti arriva su altre corde e non è detto che valga la pena continuare.

Invece ho ritrovato tutto intero quel vago ricordo di personaggi che, tra le due guerre, passano come inebetiti nella vita, senza mai sapere perchè sono in un posto e se hanno voglia, o motivo, di restarci o di cambiare. Eppure hanno attraversato, e vissuto da dentro, la rivoluzione russa, la Berlino degli anni ’20 con dodici locali per omosessuali (il che non mi aspettavo proprio, in quel periodo storico), la Parigi nel massimo del fulgore culturale.

Un’ironia feroce, che mi ha ricordato quella – più leggera nella forma ma non meno ficcante – di Musil, o di Kundera e che talvolta sfoga nell’invettiva.

“Trovò nei suoi lineamenti levigati e ben curati quella fredda stupidità che somiglia tanto alla bontà soave, alla grazie gentile, all’inconsapevole gioia di vivere, quella desolante, incantevole, elegante stupidità che s’impietosice del mendicante al margine della strada e schiaccia con ogni suo passo leggero migliaia di vite”

Sembra l’epitaffio del – nostro – mondo occidentale, con un centinaio d’anni di anticipo.

Ottima idea, averlo ri-letto.

18Filmografia Israele

Per ora vado a memoria, un po’ alla rinfusa. Mi propongo di approfondire. Sono graditi suggerimenti.

The believer

Il giardino dei limoni

Valzer con Rashid

Private

Lebanon

La sposa siriana

Munich

Vai e vivrai

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16Le provenienze

Abbiamo incontrato, e conosciuto, persone – tutte persone interessanti, significative – provenienti da Olanda, Marocco, Italia, Irak, Ungheria.

E Palestina. Purtroppo, questo sento che va scritto su un’altra riga. Almeno allo stato attuale delle cose.

15Tel Aviv: ultimi incontri.

Tel Aviv

Tel Aviv è una città moderna, piena di vita. Girando per l’ex porto ristrutturato tutto in parquet ondulato a simulare le onde, assistiamo ad uno strano minuetto:

Appena sposati? Prove per il servizio fotografico del matrimonio? Spot pubblicitario? Boh.

L’albergo è “urban”, che scopro essere un tipo di arredamento. Singolare il bagno interno alla stanza con pareti tutte a vetro, per quanto sabbiato, e lo specchio del bagno che ne è anche la finestra.

Yamal

Incontriamo ancora due amici di amici. Yamal è uno un sacco alternativo, fa sculture di legno, è di origine Irakena, per non fare il militare si è fatto passare per matto (ci racconta che la psichiatra se ne innamorò..). Vuole andarsene prima possibile da Israele.

Esty

La mattina dopo Esty, arrivata qui con i genitori scappati dall’Ungheria “comunista”, la incontriamo in un bar molto carino, tra fuori e dentro..

Esty è sui sessanta, elegante, costruisce bei gioielli. Forse le buttiamo addosso troppe cose per essere la prima volta che la vediamo, ma è lei a chiederci che cosa ne pensiamo della situazione. Ad una nostra domanda butta la testa da una parte e fa un sospirone che non so come interpretare, tra “ancora questa domanda” e “e adesso che cosa vi dico”. La domanda era: negli ultimi 10, 15 anni, quanti israeliani e quanti palestinesi sono morti?.

Aeroporto

I controlli all’aeroporto sono poco più che normali. Rientro tranquillo. Tante cose da mettere in ordine. Ci vorrà tempo.

14Yiron, ai confini con il Libano. Essere ebreo.

Ada Sereni

Dopo un giro lungo le mura della città vecchia di Gerusalemme, partiamo per il kibbutz di Yiron, al confine con il Libano.

Saremo ospitati da Ada, cugina di una nostra amica.

Ada è un personaggio: tra gli 80 e gli 85 (civetta ancora con l’età), è arrivata in Israele con i genitori fuggiti dall’Italia, ha fatto parte dell’esercito illegale che ha combattuto contro gli inglesi, ha fondato questo kibbutz e qui è sempre tornata, pur avendo girato tutto il mondo. Ha un figlio in Australia, sta progettando un viaggio in Giappone, avrà fumato 10 sigarette in una serata, dopo una vita di insegnante ora lavora nella fabbrica di chiusure lampo del kibbutz, in cui l’attività principale è una cantina che produce più di un milione di bottiglie all’anno. Vino Kosher, e quindi con una nicchia di mercato esclusiva e garantita.

Kosher

Il kosher è un po’ come i nostri docg, o il biologico, o il biodinamico, nel senso che ciascuna di queste categorie di cibi è garantita da un’istituzione che ne dichiara la corrispondenza ai requisiti. Siccome il kosher può essere garantito soltanto dai rabbini, ecco una fonte di guadagno assicurata per i capi religiosi.

Non è questo l’Israele che sognavamo

Anche ad Ada chiedo non la speranza ma la previsione, e anche lei risponde che è molto pessimista: questi ragazzi che nascono qui e che tra i 18 ei 20 anni esercitano il potere su un popolo, che cosa faranno diventare Israele? Non è questo lo stato che volevamo. Sono soprattutto i nostri governanti a non volere la pace. Concorda con l’opinione del tappetaro palestinese che non c’è un leader in grado di prendere decisioni coraggiose, e intanto gli ortodossi e la destra si rinforzano sempre di più.

Essere ebreo/a

Le chiediamo se c’è una sinagoga, ci risponde di no, che il kibbutz è laico. Lei stessa mai stata credente. Allora che cosa significa essere ebrea? Non è una razza, perchè ci sono neri, quelli con i capelli rossi… , non è una religione, perchè ci sono ebrei – Ada lo è – che si sentono tali senza essere religiosi. Io non potrei mai “sentirmi ” cristiano, o cattolico, senza credere in queste religioni. Gli ebrei sembrano i soli a sentirsi tali indipendentemente dalla religione. Eppure la religione ne è il fondamento. Nemmeno è una “cultura”, perchè in quanto cultura anche io la sento mia. E allora? Ada sembra colpita dal fatto di non avere una riposta, o almeno di non poterla esprimere in modo che ci “arrivi”.

Mi resta un punto interrogativo enorme: sono un unicum nella storia dell’umanità? E allora non è proprio questa irriducibile differenza ad aver attirato le persecuzioni? E oggi, mantenere questa situazione di tensione permanente, non è forse un “bisogno” ineludibile? Come se potersi sentire vittima sia un modo di essere di cui non possano fare a meno.