10Masada e il Mar morto

Masada
Andandoci, per la prima volta con una macchina a noleggio, ci rendiamo finalmente conto delle zone A-B-C in cui sono divisi i territori palestinesi. Tutta la zona del Mar morto, infatti (Masada sta circa a metà del lungo lago salato, a più di 400 metri sotto al livello del mare), dalle cartine dovrebbe essere totalmente palestinese. Invece siamo nella zona “C”, quella meno densamente popolata, controllata da Israele.

La fortezza di Masada, dove gli ebrei asserragliati si suicidarono in massa pur di non cedere all’assedio dei Romani (che, peraltro, li avrebbero crocefissi, se li avessero presi vivi), sta in una posizione che lascia senza fiato. Difficile per le parole competere con le immagini.

Masada sta in cima all'altura sulla destra. Dalla base sulla sinistra parte una funivia

Volendo, si può salire a piedi con il sentiero del serpente. Un'altra volta, forse.

Il colore grigio beige che mi aveva colpito all’arrivo a Tel Aviv l’ho ritrovato a Gerusalemme e qui capisco da dove viene: è il colore del deserto, le cui montagne sovrastano il Mar morto. Nel mio immaginario il deserto è sabbia, invece qui è roccia.

da Masada verso l'interno

da Masada verso il Mar morto

Il Mar Morto

Dopo una sosta in un kibbutz / agriturismo, eccoci nel mar morto. Fa caldo, l’acqua è calda, non sembra granchè diversa dal mare-mare. Ci entro normale, passettino passettino, mi bagno cosce petto schiena, e poi mi esibisco in un numero che non dimenticherò: appoggio in avanti e una bracciata una a rana tanto per bagnare tutta la pelle. Ad occhi aperti, come al mare. Con 30% di sale risulta un tantino diverso. Praticamente cieco, mi giro cercando di raggiungere la riva – 4 / 5 metri – mentre annaspo cercando di recuperare le cioce. Ce la sto facendo, quando una giovane signora russa mi arriva davanti con un secchiello pieno di acqua dolce con cui posso pulirmi gli occhi, prima di arrivare alle docce. Forte, eh? Vabbè… Ci rientro, più che cauto, e scopro che si può stare seduti nel’acqua, ma che è difficile fare il “morto a galla”. Meglio: il morto a galla è pure facile, il difficile è tirarsi sù, una volta stesi, perchè la spinta da sotto è talmente forte che si riesce solo con grande fatica a raddrizzarsi.

La frutta
Delle mele granate ho detto. Fragole grandi come kiwi, e saporitissime, datteri di 5-7 cm, mandarini grandi come arance e sempre succosi. Piantagioni intensive di banane, il cui sapore invece non mi pare un granchè.

09Gerusalemme

I luoghi sacri
Gerusalemme è divisa in quattro zone: armena, ebrea, mussulmana, cristiana.

Oggi (domenica 23) entriamo dalla zona ebraica. La mia sensazione è di “trovarmi a casa”. Me lo spiego con l’arredo urbano che potrebbe essere per molti versi un borgo toscano, con i localini curati, cose così. Mi dico che questo viaggio ha cambiato non tanto il mio punto di vista quanto la percezione di come gli israeliani si sentono. Gruppi di tre ragazzi in divisa, sempre con enormi mitraglioni, si spostano con una cartna come per una caccia al tesoro. Chiediamo che cosa fanno e sia si esercitano nell’orientarsi sia imparano a conoscere vicoli e vicoletti.


Il muro del pianto
La mia sensazione di poco prima cambia, al ricordo del fatto che, per ottenere la larga piazza di oggi, nel ’68, dopo aver conquistato Gerusalemme, gli israeliani distrussero i quartieri arabi a ridosso.

Sono colpito non tanto dalla divisione a destra le donne a sinistra gli uomini, quanto dal fatto che lo spazio per le donne è meno di un terzo ed è semipieno, mentre quello per gli uomini è semivuoto.

Sulla destra il passaggio da cui i non-mussulmani possono accedere alla zona mussulmana

Mi stranisco proprio quando, per passare alla zona mussulmana, bisogna aspettare in fila sotto al sole perchè aprono – motivi di sicurezza, dicono – solo mezz’ora ogni due giorni.

La spianata delle moschee
E’ il posto più bello di quelli visti finora. Dev’essere molto frustrante, per chi va lì a pregare, essere sotto il controllo di soldati israeliani. Nelle moschee (il limite è solo per queste della spianata) entrano solo i mussulmani.

Qui famiglie fanno merenda, gruppi di ragazzini giocano a palla: maleducazione o laicità? Certo che il contrasto con il muro del pianto è grande.


Tappeti palestinesi
Un amico americano ci aveva segnalato un negozio di tappeti gestito da palestinesi, nella parte cristiana di Gerusalemme. Padre e figlio, molta chiacchiera, facciamo anche qualche buon affare (sono sicuro che loro lo hanno fatto migliore).

Ci raccontano delle piccole prepotenze della vita quotidiana, come andare in autobus a trovare un amico fuori di Gerusalemme e, al ritorno, al posto di blocco, vedere la fila dei palestinesi scorrere lentissima, e quando ne sono passati 25 su 50 la postazione – dice chi fa il controllo – non funziona più e quindi passate dal cancello 1 al 3, per cui il nostro che stava ormai vicino a passare si ritrova tra gli ultimi, ma dopo un po’ la scena si ripete: dal cancello 3 al cancello 5, e non puoi parlare con nessuno perchè è tutto blindato e chi sta là dietro decide per te ma non parla con te.

“E poi le tasse sono alte” – e questo tutti i commercianti in tutto il mondo lo dicono – “ma il mio amico qui vicino, ebreo, va con l’avvocato ed ottiene giustizia, io potrei farlo, ma so che poi mi tartasserebbero, perciò preferisco fare il pianto e trattare, che è quello che l’impiegato ebreo vuole.”

“Insomma loro sono più forti, noi vogliamo solo vivere in pace, ma credo che loro non siano pronti per la pace: dopo Camp David c’era l’accordo al 90%, ma quando Rabin tornò fu accolto dagli integralisti e il parlamento cambiò cose essenziali di quell’accordo, che saltò.”

Anche a lui chiedo come crede – non come spera – che la situazione evolverà. Anche lui mi dice che non vede soluzioni finchè Israele continuerà ad annettersi territori pezzo pezzo. Dice che ora non li cacciano direttamente, ma creano difficoltà di ogni genere in modo che i palestinesi siano indotti a “scegliere” di andarsene. “vorrebbero solo due categorie di palestinesi: i miliardari e i lavoratori alle loro dipendenze”.

Anche qui non commento, ascolto. E’ davvero difficile capire.

Spremute di melograno
Ottime e abbondanti. Meglio se miste con arance. Con gli spremitori a leva, come in Sicilia, che spremono pure un po’ di buccia e ti lasciano quel tanto di allappato in bocca.

08Kibbutz al confine con Gaza

Jorahm
Andiamo a trovare Jorahm, un archeologo di origine marocchina che vive in un kibbutz al confine con la striscia di Gaza. E’ un personaggio, un bel tipo: ha vissuto per 15 anni in un kibbutz: tutti i guadagni si mettono insieme e la comunità pensa alle spese comuni … insomma non è proprio così banale.

Che cos’è il kibbutz
In origine era un approccio socialista, adesso non è più così da nessuna parte anche se si chiamano ancora kibbutz. Molti vivono nei kibbutz perchè, allo scopo di preservarne l’esistenza, ci sono particolari agevolazioni fiscali.

I kibbutz che abbiamo visto sono tutti completamente recintati.

Jorahm ora vive con la famiglia nella parte “privata” del kibbutz, cioè in villette che del kibbitz condividono soltanto il recinto.

Adesso fa l’archeologo sia in Israele, facendo ricerche sui terreni prima che si costruisca, sia in Polonia, su un campo di sterminio.

Vivere al confine con Gaza
Ci spiega che il pallone ormeggiato a terra funge da avvistamento per i razzi che arrivano da Gaza.

Ogni casa ha una stanza a prova di razzo, e dal momento dell’allarme hanno dai 20 ai 40 secondi per rifugiarvisi. Per chi sta fuori ci sono altri piccoli bunker. Ci mostra le protezioni sopra e di lato ad una scuola, un campo di pallacanestro all’aperto sormontato da una struttura di cemento.

bunker contro i razzi, vicino alla fermata dell'autobus

Percepisco a pelle la paura di vivere così, e non posso fare a meno di pensare ai bambini dell’asilo palestinese morti sotto un bombardamento, dove temo che non disponessero, e non dipongano ora, di protezioni nemmeno simili.

Anche stavolta non mi sento di dirlo. Alla fine ho deciso di ascoltare, di capire per quanto possibile.

Jorahm è parte della sinistra israeliana, fosse per lui gli insediamenti non ci sarebbero e semmai ne caccerebbe i coloni, e tuttavia dice quando ti cade un razzo a 50 m da casa – e ci mostra il buco – che devi fare? Avevo amici a Gaza, gente con cui prendevo il caffè, poi Hamas ha rovinato tutto. Gli dico ma 20 o 10 anni fa Hamas non c’era, perchè è cresciuto? Lui dice di volere solo la pace, che non è interesse di nessuno vivere così, ma come si fa se quelli vogliono distruggerti? Capiscono solo la forza.

Come eludere la sorveglianza militare

Ci porta con la jeep all’esterno del recinto, ma la strada è bloccata da automezzi militari

Così fa un giro strano, si fa aprire un cancello che dovrebbe restare chiuso,

finchè arriviamo vicini alla postazione di un carroarmato, che al momenot non c’è, che punta su Gaza.

Infine, un monumento sonoro: batacchi di legno intervallati a tubi di acciaio, tanti quanti gli anni – 18 – del ragazzo del kibbutz ucciso da un razzo.

Gaza sullo sfondo

Gli chiedo “come pensi – non come speri – che le cose possano evolvere?”.

Mi è venuta questa domanda, e la ripeterò ad ogni singolo ebreo e palestinese con cui verrò in contatto in questo viaggio. La risposta sarà diversa solo per qualche sfrumatura, ma la sostanza sarà identica.

Sempre peggio, è la risposta. Noi ormai siamo abituati a vivere nel timore, se ho un appuntamento con qualcuno arrivo mezz’ora prima e mi guardo intorno per cercare le vie di fuga in caso di necessità….

Sono abbastanza avvilito.

Il servizio militare
Obbligatorio per tutti, maschi e femmine, dai 18 anni per 3 anni. Poi uno o due mesi all’anno fino a 25 anni. Il gruppo iniziale resta tale per tutto il tempo, così si forma una specie di comunità, che risponde collettivamente ai bisogni dell’esercito. Quindi non importa se qualcuno manca purchè sia assicurato quanto serve, il che significa che se qualcuno mancherà qualcuno lavorerà di più, per cui controllo sociale reciproco misto a solidarietà.

In realtà è obbligatorio solo per gli ebrei. Arabi e cristiani, anche se cittadini di Israele, non vi sono obbligati. Possono chiedere di farlo. Questo ho capito, da risposte che a volte mi sono sembrate un po’ reticenti, come se si mettesse a nudo una contraddizione grande.

Supermercati e pistole
All’ingresso c’è dovunque una guardia privata che ti chiede se hai una pistola nella zaino (molti le portano).

02Tipica colazione ebraica a Jaffa

Colazione tipica ebraica

È a base di uova. Non vi dico a Jaffa a mezzogiorno, dopo un inferno per parcheggiare tra la polvere, nel locale che Jeudith ci dice tipico, una bella strapazzata di uova e pomodori servita direttamente nella padella. Ok: una volta si può fare.

Jeudith, che non vuole far fotografare, presa con il trucco.

Dopo un giro per il suk,

un buon caffè in un bar molto trendy. Singolari le effige di vari personaggi storico politici sulle bustine dello zucchero.

Mi è rimasta impressa la ragazza soldato dai capelli rossi. È stata l’inizio di una riflessione, che non ho esaurito, sui rapporti tra razza, religione, popolo, cultura…

Sulla strada del ritorno, la struttura dove viene ospitato chi si trasferisce in Israele, per imparare l’ebraico:

07Netanya e Tsfat (Jeudith ce la vieta)

21 gennaio 2011

Netanya
Citta’ a nord di Tel Aviv, allungata per chilometri lungo la linea della spiaggia. Una volta erano tutte dune, qui, ci racconta Jeudith, fra il triste per il passato che non c’e piu’ e l’orgoglioso per le realizzazioni.

In effetti le costruzioni nuove sono tantissime, con una struttura armonica. Fa effetto sentire “questa e’ la parte vecchia” e vedere palazzine degli anni 50/60. I prezzi si stanno alzando: stanno comprando molti dalla Francia e dal Marocco per venirci a passare le vacanze. Il mare e’ bello, pulito, qualche coraggioso fa il bagno.

La colazione
Anche stamattina, come quando siamo stati a Giaffa, ci porta a fare la tipica colazione ebrea. A Giaffa era un locale molto popolare, qui a Netanya un posto sul mare,

che si puo’ facilmente immaginare strapieno d’estate. Un’altra  colazione tipica a base di uova stamattina proprio no. Percio’ chiedo una coppa di yogourt con muesli.

Mangiare in Israele
Finora ampiamente sopra le aspettative, per qualita’ e prezzo. Aggiungo che il caffe’ e’ buono dappertutto e non c’e’ bisogno di spiegare che dev’essere corto.

Jeudith ambasciatrice di Israele
Oggi l’ha reso esplicito, anche se era abbastanza chiaro: si propone nei nostri confronti come un’ambasciatrice di Israele, in modo che possiamo raccontarne le tante cose belle e dire che stando qui le cose sono molto diverse da come giornali e tv le descrivono. In effetti era stata abbastanza comune la reazione degli amici, sia miei che di Uliana, ai quali dicevamo di questo viaggio: “perche’ Israele?”. Mi propongo di dirlo piu’ a fondo. Ora dico che la dichiarazione di Jeudith quasi mi libera dal “dovere” di contestarle la parte imperialistica della politica.

Piu’ tardi, di fronte al monumento ai soldati uccisi su un autobus da un attentatore suicida non ci sono molte parole da dire. Jeudith conosce la madre di uno di costoro, e ci racconta che i genitori non hanno voluto che la macchina del figlio fosse spostata da davanti casa.

Jeudith porta, legato su uno specchietto retrovisore, una striscia gialla che testimonia la sua solidarieta’ per un soldato da anni prigioniero di una qualche fazione palestinese. Ne notiamo altri.

Stasera, venerdi’, ha acceso due lumini, e ci dice che e’ tutta qui la sua partecipazione alla tradizione. I due lumini mi pare di capire che segnino l’inizio del sabato. Alle mie domande sul loro significato risponde che e’ importante che non siano usati “per fare luce”.

Tsfat e Jeudith
Non c’e’ stato niente da fare: anche se ci siamo passati abbastanza vicini, non ci ha voluto portare a Tsfat. E bisognava tornare prima che facesse scuro perche’ non le piace guidare di notte, e il cane doveva mangiare… finalmente le e’ uscito che era un posto che amava molto, pieno di artisti – mi sono immaginato una specie di Calcata meno casereccia – e che da qualche anno era stato eletto a terreno di conquista dagli ortodossi, che lo hanno invaso e se ne stanno appropriando. Percio’ non ne voleva vedere lo scempio.

06Tiberiade, Giordano, Golan, i Drusi

20 gennaio 2011

Sulle rive del Giordano
Lago di Tiberiade: abbastanza impressionante la discesa, visto che si va a oltre 200 metri sotto al livello del mare. Tiberiade citta’ e’ abbastanza insignificante, invece bello il Giordano che si avvia, tra eucaliptus e palme, verso il Mar Morto.

Sul Giordano, dove si narra che Gesu’ abbia ricevuto il battesimo da Giovanni Battista, gruppi di fedeli si preparano, affittando lunghe tuniche bianche, ad immergersi, fra nutrie papere e gabbiani

negli spazi appositamente delimitati, sulla riva. Potete ammirare un gruppo brasiliano ed uno cinese.

E le bottigliette per portarsi via l’acqua.

Mi ricordano quelle a forma di madonna viste a Lourdes. A me queste cose fanno paura.

Il Golan
Salendo verso il Golan, che sovrasta dall’altra sponda il lago, Jeudith ci spiega come i siriani sparassero quotidianamente sui kibbutz sulla riva del lago, finche’ Israele non ha conquistato tutto l’altipiano per decine di km all’interno. Ci mostra i massi di cemento in fila per fermare i tank,

ed e’ appassionata nel sostenere che solo lo spirito di difesa e non la voglia di conquista ha spinto il loro esercito. Per ora registro, non mi pare ci siano grandi possibilita’ dialettiche. Qualche pezzo di verita’ c’e’ poi sempre, da estrarre. Arriviamo ad un villaggio di artisti, tutto lindo e pinto, e in sostanza finto, con negozietti che espongono oggetti anche belli, ma la sensazione di trovarmi in uno spazio comunque usurpato e’ piu’ forte della voglia di scegliere qualcosa di carino.

I Drusi
Ultima tappa della giornata a Dalyat el Carmel, citta’ a prevalenza drusa. Qui scopro una delle tante “entita’ – non so che termine usare, perche’ non si tratta quasi mai di sola razza o sola religione o sola tradizione – che compongono questa regione. I drusi sono di provenienza mussulmana con accenni cristiani e sono tra i piu’ strenui difensori dello stato di Israele.

Il parcheggio è integrato con la predizione del futuro.

Il tempo
finora davvero splendido: maniche di camicia, poche volte un golf.

05Primo incontro con il terrorismo

19 gennaio

Ancora i cappelloni neri

L’immagine di oggi – posso solo raccontarla – e’ a Tel Aviv: un tipo magro alto tutto vestito di nero a parte la camicia bianca, cappellone nero, insomma ancora uno dei religiosi fanatici, schizza in discesa, in una delle strade piu’ trafficate, sui pattini, sventolando un bandierone giallo che Jeudith ci spiega essere del partito nazionalista. Sui pattini.

Mentre torniamo in macchina verso casa, ancora uno pantaloni neri e camicia bianca che, su una strada di grande comunicazione come potrebbe essere la Cristoforo Colombo a roma verso l’Eur, agita un cartello e apostrofa a voce alta gli occupanti delle auto che passano. Sempre Jeudith ci spiega che e’ l’ora in cui pregano, che devono essere in 12, che lui e’ solo e che percio’ sta cercando cosi’ gli altri 11.

Totale contrasto con una citta’ moderna, con grattacieli, negozi eleganti, bar alla moda, ristoranti eccetera. Confina con Giaffa, citta’ piu’ araba. Ho scoperto l’esistenza di arabi israeliani, alcuni di religione ebraica, altri cristiana, altri maomettani. Un bel guazzabuglio.

Akko (San Giovanni d’Acri)
Ad Akko (San Giovanni d”Acri) primo suk pieno di tutto, una spremuta di mele granate, una manifestazione per i fatti tunisini .

Ci era stato detto di prezzi altissimi, in realta’ si spende meno che da noi. Un pranzo sul mare con un bel pesce, infinite verdure e sottolio e sottaceti, the caffe’ dolce, non e’ arrivato a 25 euro.

Terroristi
Jeudith racconta del figlio che, soldato in non so quale guerra (o invasione?), dormiva in tenda quando sono stati attaccati dai “terrorist”: sono usciti sparando, il suo capitano e’ rimasto ucciso, lui ha a sua volta ucciso il terrorista. In quel momento una granata ha distrutto la tenda da cui erano appena usciti. Stavo per dire qualcosa sull’uso del termine “terrorista”, nel senso che una cosa e’ uno che si viene a far esplodere in un supermercato sul tuo territorio, altra e’ uno che attacca chi sta invadendo il proprio territorio, ma Jeudith ha continuato il racconto con “non so se l’ha salvato dio o la fortuna o che cos’altro” ed ha poi aggiunto che ha quasi perso la mano, in quella occasione, e non me la sono sentita. Comunque mi interessa soprattutto capire come la situazione è vissuta, e la sensazione finora e’ di una specie di paura diffusa e contenuta, come se fosse qualcosa con cui sia scontato convivere.

Altro episodio: il marito della figlia della donna palestinese che da anni la aiutava nelle pulizie e’ “risultato un terrorista”. Di conseguenza la donna ha perso il permesso di entrare in Israele, e il genero non ha piu’ lavoro. Anche qui la domanda mi e’ rimasta in gola: “se era un terrorista ha solo perso il lavoro?”. Ho pensato che magari avra’ tirato un sasso o avra’ espresso un’opinione non gradita. Resta il fatto che Jeudith, pur volendo bene a questa donna, non se l’è sentita di interessarsi della sua situazione, per timore che le diminuissero il “livello di sicurezza”, il che potrebbe farle perdere il lavoro, visto che lavora per un ente pubblico. Insomma. E questa e’ la parte che credo di poter definire “moderatamente progressista”.

04Al confine libanese

Jeudith

Uliana l’ha vista una sera a casa di un’amica comune, in Germania, qualche mese fa. E’ bastato uno scambio successivo di e-mail ed eccoci che ci ospita per i primi 4 giorni a casa sua. E’ figlia di genitori ebrei olandesi che durante la guerra, appena nata, l’hanno affidata ad una coppia prima di essere portati in un campo da cui non sono tornati. E’ percio’ cresciuta olandese, e a 18 anni si e’ trasferita qui, dove e’ rimasta. Fa belle foto, strane sculture di cartapesa, lavora come art-terapist in una comunita’ di tossicodipendenti.

martedi’ 18 – Rosh Anikra

lungo giro a visitare una grotta sottomarina proprio al confine con il Libano. Che sia proprio il confine e’ testimoniato dal filo – bianco, poco visibile nella foto – che parte dalla roccia e finisce lontano nel mare, dotato da mine sottomarine.

Entriamo in una specie di grotta smeralda (Amalfi) piu’ profonda e articolata, anche se senza la magia della luce che viene dal basso.

La cosa piu’ interessante per me sono stati i binari, testimonianza della ferrovia che gli inglesi avevano cominciato a costruire durante la seconda guerra mondiale, con il progetto, in gran parte realizzato, di una via di comunicazione dall’Algeria alla Turchia per aggirare i tedeschi. Come ci fa vedere un breve filmato alla fine della visita, con lo schermo a coprire il muro che separa dal Libano, uno dei primi treni arrivo’ qui con i primi ebrei liberati dai campi. Poco dopo, le prime organizzazioni che combatterono gli inglesi fecero saltare la galleria, per evitare il collegamento con il Libano. All’uscita dal filmato – durante il quale erano quasi teneri gli spruzzetti d’acqua ed i cambi di luce che accompagnavano alcune immagini – avevo messo in posizione la macchina fotografica per riprendere, senza farmi accorgere, due soldati che avevano posato due enormi mitra su un tavolo di legno. Ma poi non me la sono sentita di farlo come se fossi una spia, ed ho chiesto loro il permesso di fotografarli. Al che si sono alzati e da sbracati si sono rimessi in posizione, e ne e’ uscita tutt’altra immagine, dove comunque spicca la faccia di ragazzino di entrambi.

01Partenza: le devozioni

partenza lunedi’ 17 gennaio 2011

il primo contatto é all’aeroporto di Fiumicino, all’imbarco: due ragazzi – non piu’ di 20-22 anni – in divisa da praticanti estremi, e cioe’ pantaloni e giacca nera, camicia bianca, cappellone nero a tesa larga, dicono le preghiere. Per farlo si denudano il braccio sinistro, ci arrotolano una lunga striscia nera di cuoio o forse plastica, al termine della quale, sul bicipite, sta una scatoletta nera (ogni lato circa 3/4 cm). Analoga strisca nera arrotolano intorno alla fronte, con analoga scatoletta. Uno dei due sta seduto, con un libro in mano, ed oscilla a lungo avanti e indietro. L’altro, in piedi, ha sulla testa una specie di coperta di lana ruvida, bianca con strisce nere, e anche lui con le scatolette sul bicipite e in fronte, un libro in mano, oscilla, ma in piedi e da sinistra a destra. Li ho osservati a lungo: abbastanza impressionante.

arrivo Tel Aviv lunedi’ 17

Tel Aviv, dall’alto, mi appare di un colore uniforme tra il grigio e il beige, inaspettato, in cui si riflettono anche alcuni grattacieli. Contrariamente alle aspettative ed agli avvertimenti ricevuti, sia le operazioni di imbarco che di sbarco si concludono molto rapidamente e senza particolari controlli. Mi viene da sorridere quando la ragazza del controllo in cima alla lunga scala mobile ferma proprio uno dei due cappelloni neri, che ha fatto a piedi gli scalini a due a due, per fargli aprire la borsa.

 

Una storia chiusa (Clara Sereni)

Di solito leggo la sera, a volte il pomeriggio. E’ raro che mi metta la sveglia la domenica per essere sicuro di avere il tempo, prima di un impegno previsto per metà mattinata, di finire un romanzo. Così è andata per “Una storia chiusa”. Perchè volevo vedere come finiva. E fino a metà volevo vedere come finiva il giallo della pennetta usb lasciata in gran segreto di pericolo dal figlio tossico alla mamma nel residence per anziani, più le altre potenziali connessioni con – forse – il figlio traffichimo di Vandaosiris, con la nipote terrorista – forse – dell’ex partigiano, con l’agente dei servizi che si occupa della sicurezza della giudice rifugiatasi sotto falso nome, a fine carriera, nello stesso residence.
Ma dopo la metà i fili dell’intreccio del racconto perdono consistenza e lasciano spazio alle umanità dolenti dei protagonisti. E mi sveglio non tanto per sapere come va a finire ma come lo avrà fatto finire.
Il che, qui, non svelerò. Anche se non si tratta propriamente di un finale a sorpresa.
Ci vuole coraggio per scrivere un romanzo i cui protagonisti principali sono tutti vecchi, con pochi personaggi di contorno – figli, nipoti, l’assistente sociale – di età diverse.
E ci vuole bravura per prendere – se non è consapevolezza piena è stare appieno nel tempo presente – la struttura di una serie televisiva, di quelle fatte bene tipo Lost, dove la compresenza casuale di più persone è l’occasione per esplorare in parallelo le relazioni del presente e i passati di ciascuno, e portarla, oggi, in un romanzo.
Quella che all’inizio appare la protagonista, la giudice, piano piano va sullo sfondo, a differenza di altri romanzi o racconti di Clara Sereni, in cui la presenza – diretta o indiretta – dell’autrice è sempre molto forte. Mi richiama lo sfondo, sempre dello stesso colore, delle coperte ad uncinetto che Margherita continua a tessere e a tornarci indietro disfacendo maglie su maglie perchè anche se nessuno se ne accorgesse me ne accorgerei io se non fossero perfette.
E il fascista dalle mani d’oro che ripara tutto e che un altro ospite ha riconosciuto – forse – come il feroce assassino da cui miracolosamente si salvò. E Olga, che accende le candele, nei rispettivi anniversari, per i morti delle stragi di stato, e disputa con Dante se il Vajont vada considerata tale.
E altri. Chi più chi meno vicini alla morte. E vivi. Con la memoria riverberata nel presente.
Un senso di compiutezza. Di vite dolenti, ma ciascuna a suo modo vissuta.
Post scriptum: ci vedo già, dentro, un testo teatrale. Forse anche una sceneggiatura per un produttore coraggioso. Quindi, forse, una storia non del tutto chiusa.