Bambini nel tempo (Ian McEwan)

Una delle sceneggiatrici de “La stanza del figlio” (Nanni Moretti), nel raccontare l’evoluzione della sceneggiatura si chiedeva: “che cosa c’è di più terribile della morte di un figlio?”. La risposta fu “che tu, padre, te ne ritenga causa”.
In “Bambini nel tempo” il protagonista – avviene nelle prime pagine quindi non svelo nulla per chi non lo avesse ancora letto – “perde” la figlia di tre anni in un supermercato: arriva alla cassa, si gira, e la bambina semplicemente non c’è più.
Ho pensato che forse l’ignoto, al contrario della morte, lascia una speranza. E, dall’altra parte che, per quanto estrema, la ferita da una morte si può rimarginare, mentre quella da una scomparsa continuerà a sanguinare per sempre.
I libri di Ian McEwan hanno in comune eventi improvvisi che irrompono nella vita di una persona e ne stravolgono l’esistenza. Fa forse eccezione Chesil Beach.
In comune con “Chesil Beach”, “Bambini nel tempo” ha la straordinaria capacità di restituire l’intensità dei sentimenti che, con tutta la loro forza e contradditorietà. attraversano le persone.
C’è anche una sorta di storia parallella – una coppia di amici che improvvisamente, nel pieno di una carriera travolgente, si trasferiscono in un posto sperduto in campagna – anche bella ma che non aggiunge niente al dramma di un uomo e una donna che non sanno come ritrovarsi dopo la scomparsa della figlia. Rispetto a questo, il più recente “Chesil Beach” ha invece raggiunto l’essenzialità.
Entrambi da leggere, senza riserve.