Cavalli selvaggi (Cormac McCarthy)

Dialoghi secchi. Paesaggi che sembra di uscirne impolverati dal deserto e con gli occhi pieni pieni di colori e odori.

Non tutto si chiude, quindi più come nella vita che come nei romanzi. L’amicizia fra due ragazzi poco più che ragazzini è il tema di tutto il romanzo, come l’amore tra padre e figlio lo era in “La strada”. Il viaggio, il superamento delle difficoltà. Le ingiustizie. Bello, intenso, non consolatorio.

Racconti di Cechov

Finito di leggere Le Carrè, privo stavolta di quel piccolo capitale di libri nuovi che di solito mantengo e reintegro a mano a mano, mi aggiro per  le mensole e scovo una raccolta (con Repubblica di qualche anno fa) di racconti di Cechov.

Confesso la mia difficoltà con i russi: Memorie del sottosuolo e Delitto e castigo letti di recente, La morte di Ivan Il’ic… mi pare nient’altro. Il ricordo che ne ho, soprattutto per  Dostoevskij, è di pesantezza per questa libidine di scavo interiore e per il moralismo di fondo che mi è sembrato di percepire.

Cechov è stato invece una bella scoperta: distacco pur nella partecipazione alle vicende dei personaggi, comunque mai giudicati, leggerezza di scrittura, finali a sospensione.

Perciò, ho scovato “Il gabbiano” – regia per la tv di Bellocchio – e presto me lo guarderò.

“Scrivo sempre quando dormi” (variazioni)

“Scrivo sempre quando dormi” significa che aspetto che tu dorma, per scrivere. Forse mi piace scrivere da solo, o forse non voglio sottrarre tempo a noi, quando sei sveglia.

Ma ecco che basta una sola virgola, e la frase cambia di senso:
“Scrivo sempre, quando dormi” vuol dire che, quando tu dormi, io non faccio altro che scrivere. Il che, puo avere a sua volta una serie di significati diversi: può essere il mio modo di coprire il vuoto della tua presenza, oppure che il graffiare della penna, il fruscio dei fogli, sono suoni che ti conciliano il sonno.

Si può enfatizzare, mantenendo il significato, mettendo “sempre” all’inizio della frase:
“Sempre, quando dormi, scrivo”: ho dovuto aggiungere ancora una virgola. La frase è meno fluida, più puntuta: le pause indotte dalle virgole creano sospensione, drammatizzano.

“Dormi sempre quando scrivo” sposta l’accento dallo scrivere al dormire. Forse che ti addormenti, quando scrivo? Il mio scrivere ti concilia il sonno? Non ti piace che io scriva?

Anche qui, una virgola al centro “Dormi sempre, quando scrivo” sembra introdurre un tono di rimprovero, come se tu fossi assente – dormi – mentre io faccio qualcosa che mi piacerebbe condividere con te.

“Sempre, quando scrivo, dormi”: qui ho invertito di posizione di “scrivo” e “dormi”. E così “quando scrivo“, messo tra due virgole, come un inciso, resta sulla sfondo, mentre “Dormi”, messo in chiusura di frase, con “sempre” all’inizio, acquista forza.

Mentre scrivo, mi rendo conto di aver presupposto, come se fosse naturale così, un uomo che scrive ed una donna che dorme. Nella realtà potrebbe benissimo essere l’inverso, oppure i due potrebbero essere coetanei o di età molto lontane, potrebbero essere marito e moglie o una coppia di amanti o di giovani fidanzati, potrebbero essere figlio e madre, figlia e padre, sorella e fratello, amico e amica o amico e amico e insomma la natura della relazione tra le due persone potrebbe cambiare del tutto il significato di ciascuna delle frasi.

Credo si potrebbe continuare a lungo. Queneau andò avanti novantanove volte.

PS: insomma, vi rendete conto 🙂 di quanto sia difficile scrivere?