Kristof Agota

“E quando avrai troppa pena, troppo dolore, e se non ne vorrai parlare con nessuno, scrivi. Ti aiuterà.”

da “Trilogia della città di K”.

Ho sentito poco fa alla radio che è morta. Davvero una perdita.

La casa del sonno (Jonathan Coen)

La costruzione dell’intreccio è magistrale. L’alternarsi di capitoli pari e dispari a vent’anni di distanza, con tutti i fili al posto giusto e senza mai lasciare il lettore disorientato è affascinante. Eppure l’emozione, quando potrebbe prenderti, resta sospesa. Perchè quella che appariva una storia drammatica non capisci più bene se non sia invece virata nel grottesco. Nei corsi di sceneggiatura si insegna che in una storia una coincidenza ci può stare, due diventano sospette, tre rendono l’insieme poco credibile. Gli ultimi capitoli de “La casa del sonno” sono così pieni di coincidenze che viene da pensare sia stato questo il modo per strizzare l’occhio al lettore e dirgli non mi prendere troppo sul serio, mi ci sto divertendo. Il che, mi lascia il sapore di un chè di immorale, visto che la storia qualche sentimento aveva suscitato.

Il terrazzino dei gerani timidi (Anna Marchesini)

Una scrittura straordinaria. Straordinariamente ricca di vocaboli, accostamenti inusuali, costruzioni sintattiche come se volteggiasse sul filo tra le due torri (se non avete visto “Man on wire”, procuratevelo) e mai che si percepisca il rischio di caduta. Eppure lieve. E profonda.

Anna Marchesini è proprio l’attrice comica del trio. Confesso il mio pregiudizio iniziale. Smontato dopo le prime due pagine – due proprio due – di scrittura sapiente. “Sapiente” non va bene, può far pensare a “costruito”. E tanto lavoro ci deve essere sotto, ma tale che l’insieme ora scorre, scorre, scorre. Scorre che non ti puoi fermare se non per le palpebre che, a una cert’ora, non resistono.

La storia non c’è, e non so nemmeno se sia un limite. Un sottile nucleo narrativo ruota intorno alla prima comunione della bambina, e agli incontri con alcuni, pochi, personaggi, ognuno dei quali è un’occasione per restituire un’epoca. Pagine memorabili – direi definitive – sulla bambina a confronto con la contabilità peccati / fioretti, eppure senza che mai ci sia l’affondo facile. Infine, le pagine finali sulla gioia della scrittura, magia connettiva di mondi e tempi altrimenti reciprocamente ignoti.

Lo consiglio senza riserve.

Perchè scrivo

So bene come ho cominciato: in collegio, come dialogo con me stesso. Erano scritti che non si aspettavano di essere letti. E’ stato il modo in cui mi sono leccato – qualche volta, a posteriori posso dirlo, proprio curato – le ferite. Erano quaderni, in collegio. Poi, le prime sofferenze d’amore sono passate da quei blocchi con le grappettone nella parte alta. Fitti fitti in certi casi quasi un flusso di coscienza.

Adesso è diverso. Adesso non è più un bisogno, anche se qualche mancanza in giro tende a rendermi più produttivo, ma senza che sia più una regola. Adesso è un piacere. Di cui sento di non dover rendere conto a chicchessia.

Qual’è, dunque, il significato che do a pubblicare, nei modi in cui riesco a farlo, quello che scrivo? In ultima analisi credo sia (mi mantengo qualche margine di dubbio: nessuno può mai essere certo della ragione profonda delle proprie azioni significative) la voglia di comunicare.

Questo, lo so, è in contraddizione con la civetteria di non dare, qui, informazioni oltre al mio nome, che peraltro è piuttosto comune, quindi non mi rende identificabile immediatamente da chi non sappia già.

Ci tornerò sopra. Magari scoprirò qualcosa di nuovo. O qualcuno mi aiuterà a farlo.

Un’altra ragione, infatti, questa appresa abbastanza di recente, è che scrivere mi restituisce, attraverso chi legge e me ne dice, informazioni su ciò che ho scritto di cui non ero consapevole. Punti di vista che non sapevo di aver prodotto. Questo è, di per sè, già molto nutriente.

Invisibile (Paul Auster)

Difficile dirne. Della scrittura non mi permetto: certo che si legge bene! Il primo rovesciamento di senso può sorprendere e far esclamare ah, ecco che adesso si spiega questa stranezza. Il secondo, bah, il secondo fa pensare al gran mestiere. Le diverse forme scritte – il manosctitto incompiuto, la lettera, … – che all’interno della storia si rincorrono ricorsivamente e cercano di spiegarsi l’un l’altra mi piegano ad una struttura narrativa che mi appare più furba che sapiente.

La necessità di autorizzarsi a scrivere

 

Una mia amica – scrittrice più che affermata – è un po’ preoccupata perchè, per la prima volta, per il libro che ha quasi finito di scrivere, non sente di essersi autorizzata.
Non lo sapevi di questa cosa dell’autorizzazione?
E’ abbastanza scontato che, con il ‘900, tutto quello che si poteva dire è stato detto.
Perciò, perchè continuare a scrivere?
Scrivere implica una certa presunzione. Anzi: non tanto scrivere di per sè, quanto scrivere con l’idea che ciò che si scrive sia degno di essere letto da altri.
Dunque?
Dunque mi autorizzo a scrivere – dice, e spero di non tradirne il pensiero – se almeno posso portare un punto di vista anche parziale ma che abbia una sua originalità, o ragion d’essere.
E’ come un’istanza morale.
Come se, trovandosi lo scrittore nella posizione di dio, dovesse per questo sentire su di sè una particolare responsabilità.