Donne con le palle

Mi sono trovato in un vivace scambio di opinioni circa l’espressione “donna con le palle”.
La mia opinione è che si tratti di un’espressione pessima.
Sono rimasto sorpreso dal fatto che diverse donne la difendevano, o minimizzando perchè ormai è entrata nell’uso comune e nessuno ci fa caso, o perchè la donna comunque è donna e così non si fa altro che “aggiungere” un qualcosa che rappresenta forza, coraggio, determinazione.
Non credo di essere riuscito a far venire almeno il dubbio che l’implicito – in modo evidente, a me pare – sotteso sia “è l’uomo quello che vale, e se una donna vale è perchè ha gli attributi dell’uomo”.
Mi è tornata alla mente una scena, che trovo fra le più violente della storia del cinema, di Strange days: in un certo futuro esiste una cuffia che permette di registrare le sensazioni di chi la indossa, e il film ruota intorno al commercio di registrazioni di morti violente. Nella scena di cui dicevo, uno sta violentando una donna, e le impone di indossare una cuffia attraverso la quale la donna prova in diretta le sensazioni di chi la sta violentando.
Sarà, forse, perchè Kathryn Bigelow è una regista con le palle?

“Agibilità politica”

“Agibilità politica”.

Ovvero degli stravolgimenti di senso.

Nel sessantotto gli studenti conquistavano per la prima volta il diritto alle assemblee. Cioè, almeno agli inizi, di essere cittadini capaci di discutere di ciò che li riguardava.

I presidi tendevano a negare l’autorizzazione ad utilizzare, per le assemblee degli studenti,  i locali delle scuole.

Quando non riuscivano, dialetticamente, a resistere, si rifugiavano dietro la “mancanza di agibilità”, di solito certificata dai vigili del fuoco, dei locali in cui si sarebbero svolte le assemblee.

Noi abbiamo l’agibilità politica, dissero gli studenti. E fecero le assemblee.

Che oggi questa espressione, con la sua piccola storia, sia utilizzata ai fini per cui è utilizzata, è uno dei segni della miseria, anche semantica, di piccoli contrabbandieri della politica.

 

“Veritare” e mentire

Un amico mi ha girato una mail di tale Ennio Montesi, che propone di introdurre, nella lingua taliana, il termine “veritare”: io verito, tu veriti, etc…

Sostiene il Montesi: se esiste “mentire”, perchè devo usare locuzioni come “dire la verità” e non avere a disposizione un termine più diretto, come appunto potrebbe essere “veritare”?

La considerazione mi è sembrata interessante. Fatta una rapida ricognizione nelle lingue che minimamente frequento, senza certo padroneggiarle, mi sono reso conto che anche per l’inglese ed il francese la sitazione è la stessa: “tell the true” e “lie” per l’inglese, “dire la vérité” e “mentir” per il francese.

Mi sono allora fatto aiutare dal traduttore di google, e sono rimasto sorpreso di constatare che per lo spagnolo si ha “decir verdad” e “mentira”, per il russo “говорить правду” e “ложь”, per il tedesco “die Wahrheit zu sagen liegen” e “liegen”.

Che cosa se ne può dedurre? Non lo so.

D’altra parte, il linguaggio non nasce per caso, e se in tutte le lingue (rectius: in alcune importanti, finora) per mentire basta una parola e per dire la verità ce ne vogliono tre….

Dubbio e paradosso

Partecipo all’iniziativa della Dante Alighieri “Adotta una parola”. http://adottaunaparola.ladante.it/

Avevo scelto “dubbio”, ma è risultata già adottatta. Ne sono perciò diventato, secondo le opzioni proposte da chi l’iniziativa ha costruito, “sostenitore”.

Il dubbio è la mia unica certezza. Trovo anche che questo sia un bellissimo paradosso, altra parola che ho trovato già adottata.

Silenzio

Il silenzio NON è più importante delle parole.

E il silenzio NON è l’elemento più significativo in un brano musicale.

Intollero (questa starebbe bene in un rapporto di pubblica sicurezza) le frasi fatte per forza intelligenti.

Prigioniero / Ostaggio.

Aggiungo una categoria – “Le parole sono importanti” – al blog.

Parto dal recente scambio un israeliano / circa mille palestinesi. Già scrivere la frase che ho appena scritto non è stato facile. In effetti “israeliano” è riduttivo. Anche “circa mille palestinesi” lo è.

Ecco alcune possibili espressioni che intendono descrivere lo stesso fatto:

1) caporale israeliano preso in ostaggio dei palestinesi rilasciato in cambio di 1000 terroristi palestinesi

2) invasore israeliano preso prigioniero dai palestinesi rilasciato in cambio della liberazione di 1000 patrioti palestinesi.

Ostaggio / prigioniero. Terroristi / patrioti. Sono solo le parole che più immediatamente rendono i diversi punti di vista.

Si possono certo trovare sfumature meno drastiche: mi vengono in mente “catturato/i”, “detenuto/i”,…

Forse, quando entrambe le parti avranno trovato una sola parola che definisca le due condizioni, la pace sarà più vicina.

Le parole sono importanti.