The girlfriend experience (serie 1 e 2)

Vita da escort. Il titolo significa che si può comprare anche il “pacchetto fidanzata”.

Episodi di 25/30 minuti ma effettivi, fra che cosa è successo prima e lunghissimi titoli di coda, saranno non più di 20. È un tempo giusto, perchè la regia è lenta, le situazioni tutto sommato si ripetono, l’attenzione è tutta rivolta ai risvolti psicologici dei personaggi.

Le scene di sesso sono quasi esplicite, tutte ben girate e credibili. Alcune nella seconda serie (quelle degli episodi Erica & Anna) davvero coinvolgenti.

Gli uomini fanno tutti abbastanza pena, tutto sommato sembrano meno penosi i veri uomini duri machi rispetto a quelli alla ricerca di una qualsiasi forma di relazione, che pretenderebbero autentica pur nel contesto della prostituzione.

Le protagoniste sono donne che hanno un buon lavoro, una carriera davanti, comunque donne colte, eleganti, che prima o poi si trovano, rispetto alla vita personale e lavorativa, in contraddizioni impossibili da sciogliere senza implodere.

Gli ambienti, sia di lavoro che delle abitazioni, sono tutti da architetto di interni, inesorabilmente spogli di quadri di suppellettili di oggetti. Per lo più grigi. Facile, ma efficace, l’accostamento alla povertà relazionale dei personaggi.

Anche le donne non sono trattate bene. Con forse l’eccezione di Anna, nella seconda serie, nessuna sembra esprimere sentimenti che non siano la paura o la voglia di dominio e comunque l’uso dell’altro o dell’altra. Anna invece si innamora ma in pochi giorni decide che vuole avere un figlio e si fa mettere incinta da un cliente e ovviamente tutto defragra.

Se c’è un sentimento che domina è la tristezza, vicina alla disperazione. Tuttavia, da vedere. magari per sentirsi migliori.

The affair 1-2-3

Giunto alla fine della terza serie – dieci-dodici-dieci episodi – mi chiedo che cosa mi abbia spinto ad arrivare alla fine, visto che a raccontarne la trama così com’è la banalità potrebbe sopraffare il più volenteroso.

Nella prima parte Noah, uno scrittore – tre bei figli, sposato con la bella moglie Helen – è in vacanza in una zona di vacanze per ricchi (i genitori della moglie) e si innamora di Alison, in crisi per la morte di un figlioletto: passione, tradimento, separazione, casini vari anche da parte di Cole, marito di Alison.

Nella seconda parte lo sviluppo di questa nuova relazione, un nuovo matrimonio, e infine un omicidio stradale, intorno a cui ruotano i personaggi principali senza sapere l’uno dell’altro e che è il fulcro drammatico dell’intera serie, perchè Noah se ne dichiarerà inesplicabilmente responsabile e andrà in prigione.

Nella terza parte la discesa agli inferi di Noah, dipendente da una medicina prescrittagli inizialmente per il dolore da una frattura causatagli da un secondino sadico. La separazione da Alison, che in un momento di passione ha fatto una figlia con l’ex marito, il nuovo compagno di Helen, ex moglie di Noah, il ricovero in una clinica psichiatrica di Alison, che per questo lascia la figlia all’ex marito, nel frattempo risposatosi.

Nella terza parte i passati di ciascuno tornano e si intrecciano con le vite presenti che tutte si ingarbugliano.

La storia in sè. dunque, non è un granchè.

I passaggi emotivi, invece, sono tutti descritti in modo credibile, e qualche volta “spiegati” da qualche protagonista, senza che ciò risulti mai didascalico, in modo così piano ed efficace che se ne potrebbe suggerire la visione ad uno studente di psicologia che voglia specializzarsi in relazioni di coppia e triangolazioni varie.

In tutte queste relazioni, infatti, il fattore drammatico è la “necessità” di scegliere, è il fattore o/o mentre tutti tenderebbero a e/e, senza mai verificare se questo sia effettivamente possibile, vivibile. Soccorre l’ultimo personaggio, l’insegnante – francese, manco a dirlo, e questo è un limite stereotipato, per quanto abbastanza ben reso – che si innamora di Noah, lo rimette in sesto, e ci dice quanto abbia sofferto per la vita libera del marito, ora morente, di cui è stata studentessa e il quale considera la monogamia un complotto borghese.

La divisione in due di ogni puntata, con la stessa storia raccontata dal punto di vista dei due protagonisti principali della puntata è un bel “trucco di sceneggiatura”, che a lungo andare suona un po’ trito. Devi comunque essere un grande sceneggiatore per tenere in piedi una storia quasi senza storia, quasi solo basata sui movimenti emotivi.

E’ prevista la quarta serie: sarebbe potuta benissimo finire qui, ma le serie purtroppo vanno avanti fino a quando non si possono più vedere. Magari reggerà, come in fondo hanno retto più che dignitosamente The good wife e Homeland, tanto per dire i primi che mi sono venuti in mente.

Westworld

Da un vecchio (1973) film di Crichton con Yul Brinner sono state tratte queste dieci puntate di circa un’ora l’una. L’idea, che Crichton estenderà poi in Jurassik Park, e quella del parco di divertimenti di altissimo livello dove ad un certo punto i visitatori diventano vittime delle creature costruite per il parco stesso.

Qui gli “abitanti” sono androidi indistinguibili dai visitatori umani, che abitano un territorio sconfinato dove danno vita ad una quantità di filoni narrativi governati da una complessa macchina organizzativa, e dove i visitatori, in un’ambientazione western, possono sfogare i propri istinti violenti senza temere conseguenze. E’ un mondo di visitatori, con pochissime eccezioni, di soli uomini.

Se ci si mettesse a cercare la contraddizioni se ne troverebbero in quantità e perciò, scontato che la credibilità narrativa sia inesistente, vale la pena farsi prendere dal gioco di rimandi e anche da qualche non ingenua riflessione circa libertà, determinismo, coscienza di sè.

Saremo sorpresi – senza eccessi, direi – dallo scoprire qualche inversione di ruolo fra umani e androidi, dallo svelamento della verà identità di qualche umano invecchiato lì perchè vi ha scoperto la sua vera natura, ammirati dalla luciferina intelligenza del creatore di tutto ciò.

Come ci comporteremmo in un mondo dove potessimo ammazzare chi ci pare e come ci pare solo perchè ci abbia guardato storto e sedurre o, se ci piacesse di più, stuprare bellissime donne? Insomma, nella vita reale ci limitiamo per senso morale o per paura delle conseguenze? Alla fine, noi umani siamo naturalmente buoni o cattivi? Egoisti o altruisti?

Già essere indotti a porsi tali interrogativi, su cui la filosofia indaga da sempre senza che si sia giunti a conclusioni univoche, dà dignità ad un prodotto che è comunque di buon livello.

Su tutti, Ed Harris ed Anthony Hopkins.

E’ stata annunciata una seconda serie; la mia impressione è che ciò che poteva essere dato sia stato dato, difficile immaginare novità tematiche, senza le quali le infinite storie che si potranno aggiungere rischieranno la ripetitività. Vedremo quando sarà il monento, comunque.

Quirke

Tre episodi di circa un’ora e mezza l’uno, quindi di fatto tre film con ciascuno una propria storia e con gli stessi protagonisti.

Gabriel Byrne è Quirke, un anatomopatologo che si trova quasi suo malgrado ad investigare su morti sospette.

Non è tuttavia il giallo la cifra tematica delle mini serie, quanto l’ambientazione nella Dublino bacchettona ed ipocrita del secondo dopoguerra ed i collegamenti peccaminosi con la Boston di derivazione irlandese. Abbiamo dunque il vecchio giudice sopra alla legge, triangolazioni e intrecci familiari tortuosi con il fratellastro, la moglie, la figlia e sullo sfondo i bambini abbandonati negli orfanotrofi, la ricerca dei genitori e di tutto un po’.

Nulla di particolarmente originale, ambientazione curatissima, attori tutti che ti immagini usciti dai teatri shakespeariani, la sola interpretazione, sommessa ed intensa come in “In treatment”, di Gabriel Byrne vale la visione.

La serie – BBC – è del 2014.