Cosa resta di noi (Giampaolo Simi)

La Versilia, una coppia che non riesce ad avere figli, composta da un bagnino diventato imprenditore per matrimonio, una donna bellissima che ne è diventata la moglie e si dedica alla carriera di scrittrice e poi di presenza televisiva, l’arguzia toscana quando diventa becera, un’impiegata innamorata dell’uomo sbagliato.

È quest’ultima che muore. Anzi scompare. Tranquilli: succede nelle primissime pagine, quindi non svelo niente.

La scrittura va via liscia, i personaggi sono bel delineati, anche i minori, come l’amico del bagnino, il padre del trucido.

Per la parte “giallo” la storia è ben condotta, ma nelle ultime pagine il crash finale è poco sostenuto dalle premesse e dalla logica e anche le evoluzioni di qualche personaggio – sopratutto la moglie – sono decisamente poco credibili.

Che dire? Gradevole, posso provare con altri.

Il quasi giallo Sellerio è ormai quasi un genere: scrittori dallo stile scorrevole che raccontano storie che fanno pensare a qualche ambizione maggiore rimasta confinata. Di persona Giampaolo Sini – conosciuto ad una “lectio magistralis” sul cui titolo lui stesso ironizzava – ha l’aria simpatica, confermata dalla esplicita dichiarazione di sapere esattamente dove – letterariamente – sta e dove vuole stare.

Resto qui (M. Balzano)

Sono stato diverse volte in val Pusteria, non sapevo che in zona ci fosse, seppellito dall’acqua di una diga, questo paese, del quale è stato risparmiato il campanile che pare diventato meta di selfie.

Il romanzo parla di una famiglia e di una comunità strapazzati per una generazione prima dai fascisti che vietano di parlare il tedesco, poi dai nazisti, infine dalla Montecatini.

Ad un certo punto ci sono gli andanti e i restanti: si guardano male fra di loro, come traditori, perchè fascisti e nazisti si sono accordati per permettere a chi voglia di trasferirsi in Austria.

La guerra è sullo sfondo che segna le esistenze: la figlia scappata con gli zii ricchi, il figlio che diventa nazista e va volontario, moglie e marito che scappano nel gelo verso la Svizzera.

La guerra finisce, le esistenze sembrano ricomporsi, la diga, i cui lavori tante volte sono stati sospesi e tante ripresi – i più confidano nel fato benigno, nella provvidenza, nel papa – infine viene costruita, i masi fatti saltare col tritolo, le famiglie costrette in trentaquattro metri quadri ciascuna.

Uno stile asciutto, denso, per un romanzo appassionante, come se non si sapesse come andrà a finire. Un’epopea di vinti, mai domi.

Bello, da leggere.

La professione del padre (S. Chalandon)

Un romanzo singolare, difficile da descrivere senza svelarne troppo.

L’inizio si può dire, perchè dalle prime pagine il quadro di un padre millantatore e violento, di una madre remissiva, di un figlioletto vittima, è chiaro.

Tutta la prima parte è densa di complotti, dell’amico americano Ted che dà istruzioni al padre a che a sua volta le trasmette al figlio o se ne fa scudo per le punizioni tremende che infligge al piccolo protagonista quando non esegue a puntino gli ordini o non è perfetto a scuola.

Pian piano il figlio diventerà parte attiva e proattiva dei deliri del padre.

Diventerà grande, si costruirà una vita autonoma: un bel lavoro di restauratore, una moglie, un figlio.

Stavo per lasciarlo a metà, stanco della sequenza di “avventure” senza costrutto. Avrei fatto un grande errore, perchè la prima parte è stata necessaria a preparare una seconda parte bellissima, nella ripresa di contatto dopo anni del figlio con i genitori.

Di questa parte preferisco non dire niente, se qualcuno che leggerà qui vorrà leggere il romanzo, perchè l’ho letta non più stancamente come fin verso la metà ma appassionato e voglioso di arrivare alla fine dello svolgimento dei sentimenti che si sviluppano. Senza le grandi contraddizioni che mi sarei potuto aspettare, e anzi con un tono piano, equilibrato, mai urlato. Commovente. Un sentimento che per qualche verso si avvicina a quello che ho avvertito nel vedere Joker, per la vicinanza, che in nessun modo copre le pessime azioni dei protagonisti, a stati di sofferenza estrema di alcune persone.


Da leggere

La verità sul caso Harry Quebert (Joël Dicker)

Una quindicenne scomparsa della quale trent’anni dopo si ritrova il cadavere, sepolto nel giardino di un famoso scrittore, che sarà accusato dell’omicidio.
Un famosissimo scrittore giovane, di cui lo scrittore famoso è stato mentore, si precipita dall’amico per tentare di scagionarlo.

Settecentocinquanta pagine.

Le ho lette tutte. Difficilmente lasceranno traccia. Che la scrittura sia piana e scorrevole è un prerequisito per questo tipo di pubblicazioni volte a far passare piacevolmente il tempo.

Il tema più interessante è quello della scrittura sulla scrittura: lo scrittore è diventato famoso per un libro che parlava dell’amore per la ragazza morta, il giovane scrittore famosissimo scriverà un libro sulla vicenda dello scrittore famoso ingiustamente accusato. Con in mezzo il feroce editore che vuole la consegna entro la scadenza contrattuale prevista.

Il giallo, invece, mi è risultato proprio irritante, con una quantità – una quantità – di situazioni assurde durante la ricerca della verità e un finale con colpi di scena a ripetizione alcuni dei quali basati sull’aver l’autore imbrogliato il lettore, e questo non lo considero perdonabile.

Comunque si fa leggere, se ci si adagia nella posizione di accettazione incondizionata delle astruse costruzioni dell’autore e non si cerca logica nè coerenza.

Ne è stata fatta una riduzione per una miniserie TV: possibile che fosse la vocazione originaria.

La vegetariana (Han Kang)

Il romanzo – 176 pagine – è diviso in tre parti: nella prima il protagonista è il marito, nella seconda il cognato, nella terza la sorella. Marito, moglie, sorella di Yeong-hye: la vegetariana.

Il titolo può trarre in inganno, da qualche parte ho letto commenti insensati del genere “hai visto che succede a non mangiare più carne?”.

Si tratta della storia della follia di una donna, che parte da alcuni sogni spaventosi. Ma l’autrice non vuole condurci nell’abisso che può aver prodotto quei sogni e i comportamenti succesivi, si limita a mostrarci il baratro del presente e come se ne varca, inesorabilmente, la soglia.

La scrittura è “povera”; mi sono interrogato sulla difficoltà di tradurre dal coreano, ho cercato in giro e ho scoperto che in realtà il testo italiano è una traduzione della iniziale traduzione inglese, a quanto pare fonte di forti polemiche (*) in Corea e non solo.

Ho immaginato di poter leggere la seconda parte, di gran lunga la più bella, in originale e mi è piaciuto convincermi di come – forse – sarebbe stato visionario il movimento di due corpi dipinti di fiori mentre fanno all’amore, uno coinvolto allo spasimo e l’altro partecipe per inerzia. Una specie di violenza consensuale, se mi si passa l’ossimoro.

Inquietante. Peccato non conoscere il coreano: ho provato con i film di Kim-Ki-Duk (da non perdere) sottotitolati ma temo non sia sufficiente 😉 .

(*) https://www.ilpost.it/2018/01/16/traduzioni-lingue-ponte-la-vegetariana-han-kang/

Il sussurro del mondo (Richard Powers)

Un miliardo e mezzo di anni fa, vi siete separati, ma persino oggi, dopo un viaggio immenso in direzioni diverse, voi e il vostro albero condividete un quarto dei vostri geni.

Le seicentocinquanta pagine e la tematica “ecologica” (che noia!) non mi ci avrebbero mai fatto avvicinare, se non fosse stato per il consiglio di un amico, suggellato dal premio Pullizer.

Una volta aperto, si rivela uno di quei libri che non vedi l’ora di riprendere per vedere come prosegue, combattuto fra il piacere di continuare e la tristezza di vedere le pagine mancanti che diventano sempre meno.

I primi capitoli sono le storie – ciascuna un racconto compiuto – di alcuni personaggi che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, nella loro vita hanno o hanno avuto a che fare con un albero, o una foresta, o un piccolo parco.

Nella seconda parte questi personaggi incrociano le loro vite. Qualcuno per scelta consapevole, qualcuno perchè ci si trova dentro e sceglie di restarci.

L’episodio centrale è un’epica lotta per salvare una sequoia pluricentenaria, alta novanta metri, sulla quale è stata installata una piattaforma che funge da alloggio e riparo per chi la vuole difendere dall’abbattimento.

La descrizione delle stupide e sagacissime trovate per rallentare le distruzioni e delle piccole e grandi crudeltà – peraltro (quasi) tutte “secondo legge” – messe in campo per fiaccare la tenacia di chi resiste ti fa essere presente sul posto, ti fa gridare “dai resisti ancora, smetteranno e vincerai!” oppure “ormai basta, non ce la puoi fare, accontentati, hai dimostrato ciò che volevi, ne parlano tutte le televisioni!”.

Sanno di essere destinati alla sconfitta certa, renderanno dura la vita più che potranno ai taglialegna tecnologizzati.

Non si rassegneranno, perchè la voce degli alberi ha parlato loro, perchè hanno intuito il senso delle infinite connessioni sotterranee di radici, e andranno oltre, con attenzione, applicando conoscenze specialistiche, nella consapevole illusione di continuare una lotta persa in partenza.

I destini umani di ciascuno si svolgeranno secondo disegni illogici, come è la vita vera: il più rigoroso tradirà, il più improbabile sceglierà una coerenza inconcepibile per i suoi affetti più cari.

Un libro epico. Finito di leggerlo, guardo gli alberi con occhi diversi, sorrido alle radici dei pini di Roma che piegano l’asfalto: noi non ci saremo più, loro sì.

Da non mancare.

Qualche spigolatura:

le ragazze dicono il contrario di quello che intendono, per verificare se afferri la loro vera natura. Cosa che vogliono. E poi, quando ci riesci, si offendono

Il geniettio dell’informatica davanti all’insegnante; “Sa perchè lei lo odia. Quelli come lui la porteranno all’estinzione

Yuki (Flaminia Nucci)

Scorre, la scrittura scorre proprio bene e, anche se alcuni passaggi emotivo-relazionali mi sono arrivati più dichiarati che vissuti, sono arrivato alla fine con leggerezza.

La protagonista, dopo una delusione d’amore, si ritira in un posto solitario in Lapponia, vicina ad una coppia di amici di lì.

È scritto in prima persona e, potrei ricordare male, ma il nome della protagonista non è noto. La chiamerò, perciò, casualmente, F, per non confonderla con Diana, che è invece la protagonista del romanzo che F sta scrivendo, durante il ritiro in Lapponia.

Diana, con le sue storie d’amore difficili – prima la sofferenza di doversi mettere d’impegno a staccarsi da una relazione con una donna che ama ma che pretende di vivere liberamente continuando a mantenere Diana legata, poi la difficoltà di avere vicino l’amore di una persona non ancora del tutto emersa alla vita – rappresenta, alla mia lettura, la stessa F “prima” dell’ultima delusione.

La scelta della Lapponia si rivela fortunata: la lunga, ostinata, caparbia, tenera operazione di avvicinare una lince – Yuki: il titolo – ha successo, e il saluto tra F e la lince e i suoi cuccioli ha il sapore di un equilibrio ritrovato, prima del ritorno a casa.

Le parti critiche: le linci “cacciatori”, mi auguro sia stato un refuso; almeno una ricetta e un brano musicale al giorno mi sono sembrati un po’ un riempitivo, ma potrebbe essere stato un mio limite non averne colto le connessioni con quanto stavo leggendo;

Leggete, regalate tranquilli, io ci ho inaugurato kindle.

PS Vecchioni, strapluricitato: per me esibisce troppa cultura e intelligenza nelle sue canzoni perchè arrivino davvero al cuore.

Story / Dialoghi (Robert McKee)

Nel tempo, ho letto tutto ciò che mi è capitato circa come si scrive, il senso dello scrivere, eccetera: dalle Lezioni americane di Calvino a Carver, Yehoshua, Piperno, Franzen, Vargas LLosa, Patricia Highsmith e altri che ora non ricordo.

Ho letto anche testi su come si scrive una sceneggiatura, come si racconta una storia, sulla struttura dei miti riconoscibile in ogni drammaturgia.

I due volumi di Robert McKee sono quanto di meglio possa desiderare chi abbia di questi interessi, direi proprio che saziano.

I concetti fondamentali sono essenzialmente pochi, e sono esattamente esposti all’inizio di ognuno dei due testi, che procedono a spirale: un concetto alla volta viene ripreso, spiegato, esemplificato.

Ogni ripetizione si arricchisce di contenuto finchè il concetto acquista una forma, un colore, diventa sudore, fatica e, infine, soddisfazione.

Se un concetto ho trovato espresso con più forza e originalità che in qualsiasi altro testo, questo è la necessità che, chi scrive, sia capace di stare davvero dentro non solo al protagonista, ma ad ogni singolo personaggio, con carne e sangue, con il corpo, non solo con l’intelletto.

Come non mai mi sono reso conto che la buona, l’eccellente scrittura, non è di per sè sufficiente a scrivere un buon testo.

L’analisi dei dialoghi di Lost in traslation (Sofia Coppola), la straordinaria capacità di dire tanto con il minimo delle parole, mi ha fatto venir voglia di rivedere, forse per la terza o quarta volta, uno dei film che più amo. Attenzione: per chi scrive racconti, o romanzi, le osservazioni di McKee sono altrettanto utili che per chi scrive sceneggiature.

Da non mancare, per chi vuole imparare anche qualcosa su di sè, circa il piacere e la dannazione di scrivere.

Io sono il fiume (Mario Santamaria)

Un romanzo impegnativo. Già le oltre cinquecento pagine, tutte dense, dicono molto dell’impegno profuso.

La sintesi della storia sta nella seconda di copertina, perciò non mi ripeterò.

Personalmente non credo ai generi, credo ai buoni libri ben scritti, e questo è un buon libro ben scritto. Rispetto a ciò, trovo irrilevante che si svolga oggi o, come in questo caso, in un futuro indefinito, dopo una serie di conflitti, evocati sullo sfondo, che hanno prodotto uno stravolgimento dell’organizzazione sociale.

Il modello, per dirne uno , è quello di “Fuga da New York”: qui una Roma divisa in quadranti, settori, recinti, abitati da strati sociali ridefiniti dalle attitudini o dalla maggiore o minore integrazione rispetto al nuovo, fortemente esclusivo, ordine costituito.

Analogamente a Jena Plissken anche Bliss, una delle protagoniste, deve superare una quantità di ostacoli per salvarsi la vita da un qualcosa che le è stato impiantato nel cervello. Qui, più raffinatamente, non si tratta di un veleno a tempo determinato ma dell’innesto di ricordi altrui che funzionano da metastasi disgreganti. Diversamente che da Jena Plissken, Bliss non si salva soltanto con le sue capacità ma grazie all’aiuto, sopratutto ma non solo, dell’altro protagonista, Appo, genietto dei codici binari, che mi è piaciuto immaginare somigliante al Sergio Rubini di Nirvana.

Per chiudere con le associazioni che ho fatto circa le possibili ispirazioni, e qui trascuro l’imprescindibile Philip Dick, mi sembra di aver colto anche un livello di lettura che sembra voler realizzare il programma di superamento dell’homo sapiens che Harari, quello di Homo deus, preconizza.

Il mondo descritto è quello delle diverse marginalità, mentre del mondo dei potenti e dei benestanti si ha traccia solo dagli strumenti di controllo – droni, principalmente – che qua e là arrivano a rendere la vita difficile ai protagonisti.

Si svolge tutto a Roma, non sappiamo niente di che cosa ne sia del resto del mondo ma non ci viene mai in mente di chiedercelo perchè Roma è evidentemente la parte per il tutto.

C’è una parte di quasi divulgazione scientifica che viene proposta per dare credibilità alla ricerca su “che cosa è il tempo”, ai margini della fisica quantistica. Sono argomenti che, personalmente, ogni volta che incontro ho l’impressione di aver abbastanza ben intuito e che regolarmente dimentico un attimo dopo e avrei difficoltà a riproporli. Ho avuto la stessa impressione, e anche qualche momento di appesantimento, nel leggere queste parti di “Io sono il tempo”, ma capisco e apprezzo il grande impegno che c’è sotto: impegno non solo narrativo ma proprio di “comprensione”, come se dover accettare razionalmente le conseguenze del principio di indeterminazione fosse stato acquisito come necessario ma non pacificante. Confesso di essere rimasto deluso nel leggere che il presente potesse essere stato identificato di durata definita ma lascio aperta la porta alla possibilità che io non abbia ben capito.

Le parte migliori a mio parere sono le scene di azione: si vedono, se ne sentono gli odori, i suoni, se ne respirano le emozioni: un livello davvero alto di scrittura.

Considerata la già notevole complessità dell’insieme, con flashback che di continuo modificano i contesti e le convinzioni dei protagonisti circa la narrazione in cui sono inseriti, avrei risparmiato al lettore l’onere di equiparare i diversi nomi e appellativi con i quali sono di volta in volta identificati i tanti protagonisti. Ad un certo mi ci sono perso ed ho lasciato perdere ma il racconto di avventura non ha perso di credibilità nè di intensità.

Appo e Bliss sono i giovani protagonisti, ma i tre scienziati più il loro maestro, della generazione precedente che ha prodotto la catastrofe e che ora cerca di controllarla, sono forse i protagonisti veri, con i loro continui cambi di posizione esistenziale e le diverse sfere emotive: anche questi passaggi non sono facili da seguire ma da un certo punto in poi ho deciso di avere fiducia nel fatto che l’autore li avesse ben chiari in mente tutti ed ho preferito l’immersione in ciò che stava succedendo nella pagina.

Ambientare un romanzo complesso in un futuro indefinito da una parte dà spazio ad ogni immaginazione e dall’altro dà il notevole vantaggio narrativo di costruire senza alcun limite che non sia una coerenza interna. Una volta data coerenza ad una visione in cui possono coesistere piani di esistenze parallele con trasferimento di brandelli di ricordi da uno all’altro, tutto è possibile, e lo svelamento finale dei due capitoli iniziali può far girare la testa per il rutilare di sovrapposizione di narrazioni, ma il sostegno di una scrittura non facile ma sempre scorrevole e limpida fa accettare il controllo ferreo, che immagino “costoso” per l’autore, della (non) linearità della storia: ma, nella vigenza del principio di indeterminazione, forse anche questa è coerenza.

Ne potrebbe anche uscire un ben film, per quanto forse ne vedrei più adatta la trasposizione in una graphic novel e, visto che c’è già un eccellente – vedi splendida copertina – illustratore, chissà…

In conclusione: la scrittura è superba, la capacità di organizzazione drammaturgica è piena, mi piace immaginare un prossimo lavoro in cui la sfida sia affrontare i paletti di una storia ambientata in un mondo totalmente reale.

E poi siamo arrivati alla fine (Joshua Ferris)

Scritto in prima persona plurale, ad intendere non qualche “tu ed io”, come nelle ultime pagine potrebbe sembrare – in realtà è rimasto un solo personaggio in scena – ma un gruppo di pubblicitari annoiati e strapagati. Preoccupati di licenziamenti incombenti, di mutui da pagare e in generale di status da mantenere, eppure tenacemente attaccati al chiacchiericcio da macchinetta del caffè, ore a discutere circa la legittimità di essersi qualcuno appropriato della sedia dell’ultimo licenziato e della perfidia organizzativa di aver reso individuabili le sedie con un numero di riconoscimento.

Anche un forse-cancro sarà oggetto di ipotesi, argomentazioni, lunghe dissertazioni circa le intenzioni della forse-malata e circa che cosa sia giusto e utile fare rispetto ad una forse-paura che impedisca alla forse-malata di farsi curare ma non potrebbe essere che la voce l’abbia messa in giro lei stessa per vedere come avremmo reagito o per prenderci in giro e così via di questo passo su ogni avvenìmento significativo o del tutto irrilevante sul quale quel micromondo si avventa ogni giorno.

All’inizio ho faticato un pochino ad entrare, ero un po’ annoiato da questi dibattiti sul (forse) niente, poi sono stato preso dalla progressiva forma che ciascuno dei personaggi, all’inizio quasi indistinti, veniva prendendo, dal divertimento delle situazioni alcune fra il tragico e l’esilarante, ammirato dalla capacità di far passare il lettore da uno stato emotivo ad un altro, e del tutto fluidamente, con una sola frase o anche una sola parola.

L’autore è fortemente ambivalente verso i suoi personaggi, non li ama ed è tuttavia indulgente, quanto basta a rendere il libro godibile fino alla fine.