Joker (di Todd Phillips)

Joker. Da non mancare.


La fotografia ha i colori – fra carico e sbiadito, non gli esagerati HD – dei film degli anni in cui è ambientato.


Anche i risvolti sociali – i fondi per l’assistenza tagliati, etc – servono all’ambientazione, non appartengono in nessun modo al protagonista, totalmente estraneo a tutto ciò che possa suonare anche vagamente politico.

È stato presentato (Mymovies) come “La storia sulle origini di uno dei più famosi super-cattivi della DC”, ma è solo un espediente commerciale: anche se città si chiama Gothan City e il castigo finale del cattivo di turno è una citazione esplicita da Batman begins. si tratta “solo” della storia di un uomo che non ricorda un solo momento di felicità nella sua vita, che non è mai sicuro di esistere davvero e tuttavia “sa” di esistere.

Anche se parte della sua esistenza la immagina soltanto, ed è bravo il regista a farci stare nell’incertezza, in molti episodi.

L’infanzia è stata molto più che difficile, ma non c’è accenno di giustificazionismo.
Stiamo con Joker perchè il regista Todd Phillips, del quale non ricordo niente di memorabile – ma Joker lo è eccome – ci fa sentire la sofferenza di quest’uomo, ce la fa vivere come raramente, forse mai, ricordo di aver vissuto al cinema: ci commuove senza effetti speciali.

L’interpretazione di Joaquin Phoenix è stata magnificata da tutti e non posso aggiungere niente, se non che recita con ogni cellula del suo corpo.

Andateci e andateci e andateci.


PS: Complimenti al cinema Barberini che, forse solo nel weekend, ma è già tanto, proietta quasi tutti i film anche in originale con sottotitoli.

C’era una volta a… Hollywood (Q. Tarantino)

Ho constatato con sorpresa – mio errore, la sorpresa, visto che i fatti risalgono al 1969 – che due su tre (statistica casereccia) di chi ha visto il film non sa che nel periodo in cui si svolge il film Sharon Tate, incinta di otto mesi, e altri suoi amici furono massacrati da una banda di balordi nella villa di Roman Polasky, marito di Sharon, in quel momento a Londra per lavoro.

Poichè Roman Polansky – rappresentato con gli abiti di scena di “Per favore non mordermi sul collo” – e Sharon Tate, nel film, vivono nella villa adiacente a quella del protagonista, senza conoscerne la storia è difficile vivere la tensione dello spettatore che aspetta di vedere come Tarantino risolverà, ed è impossibile sciogliersi nella commozione del geniale finale.

Finale preparato da due ore in cui Tarantino ci ha portato a spasso per i suoi amori per i B-movies, da Bruce Lee – esilarante la scena in cui appare – e i western italiani, dove Sergio Corbucci viene citato come il secondo migliore regista del genere.

Tarantino cita e cita e cita finché cita pure se stesso e si arrotola in un manierismo a momenti scostante. Ma riesce a restituirci sempre pagine di cinema-cinema che comunque ci ripagano.

Credo che come autore abbia da tempo detto tutto, mi piacerebbe che come regista dirigesse la sceneggiatura di qualcun altro, ma forse è il suo destino, come di altri grandi – penso, in generi opposti, a Woody Allen o anche a Fellini – fare sempre lo stesso film.

Non tutti sono Kubrik, che ha diretto solo capolavori spaziando su tutti i generi, ma vedere un film di Tarantino resta sempre un godimento puro.


Il flauto magico secondo l’orchestra di Piazza Vittorio

L’orchestra di piazza Vittorio – per chi non è di Roma si tratta della piazza dove fino a qualche anno fa c’era il più grande mercato di Roma, nel quartiere Esquilino, il più multi etnico di tutti – fu fondata nel 2002 da Marco Tronco, allora chitarrista degli Avion Travel, che raccolse appunto la pluralità umana, musicale e culturale della zona.

Il flauto magico ambientato a piazza Vittorio è dunque tutto un programma: si tratta di un musical vero e proprio, con brani – sottotitolati – in almeno dieci lingue diverse che mai diventano una Babilonia e anzi danno vigore e varietà. Mozart irrompe talvolta con tutti i crismi o anche sotto forma jazz o reggae e sempre Mozart è: irraggiungibile.

Petra Magone è la regina, Fabrizio Bentivoglio il re, il loro duetto finale varrebbe da solo il film. La evidente scarsità di mezzi è stata sublimata da una scenografia esplicitamente povera e tuttavia a suo modo sontuosa.

Mi piace immaginare che Mozart si sarebbe divertito un sacco. Per me, un’ora e venti di divertimento continuo, di vero piacere. Forse non proprio per tutti – conosco qualcuno che mi odierebbe se glielo consigliassi – ma se appena vi sentite attratti non ve lo fate scappare!

“Fortunata” e “Napoli velata”: o del cinema troppico

Ho visto di recente due film di qualche tempo fa: “Napoli velata” di Opzetek e “Fortunata” di Castellitto.

Mi ha colpito il fattore che li accomuna: il troppismo (“troppismo” già ci si potrebbe provare, “troppico” del titolo in effetti non suona bene ma ho voluto mantenere la coerenza 😉 )

In Napoli velata la protagonista ha assistito all’omicidio del padre da parte della madre, poi al suicidio della madre, poi la zia (materna) le rivela di essere stata l’amante del padre, poi c’è uno zio (zio?) che muore improvvisamente per un’aranciata fredda ma forse è stato ucciso perchè sa qualcosa che non dovrebbe sapere, in quanto il bellissimo ragazzo con cui la protagonista ha passato una notte d’amore straordinaria è implicato in un delinquenziale traffico di opere d’arte per cui la nostra protagonista, che nella vita fa l’anatomo-patologa, se lo ritrova privo di occhi sul tavolo autoptico. Aggiungiamo che il tipo assassinato ha un fratello gemello che si scoprirà esistere solo nella fantasia della protagonista ma alla fine fine, con lo scambio di un oggetto, ci faranno venire il dubbio essere esistito davvero.

Aggiungiamo pure le bellezze di Napoli esibite ad ogni inquadratura ma che restano appiccicate alla storia senza diventarne parte: solo per dirne una, l’ultima scena si svolge dove è esposto il Cristo velato!

Fortunata è una giovane donna che corre facendo la parrucchiera a domicilio, ha avuto un padre drogato, adesso se la deve vedere con un ex marito violento ed ha per solo amico un coinquilino con disturbo bipolare alle prese con una madre ex attrice in preda a demenza senile. Ci si aggiunge uno psichiatra infantile di cui si innamora, che a freddo se ne esce con una botta da matto da burnout. Pure qui belle immagini ma messe lì perchè sono belle immagini, staccate dalla storia. La piccola figlia di Fortunata cade da una scala ma si salva, l’amico di Fortunata affoga per amore la madre nel fiume, si scopre che Fortunata ha assistito – forse facilitato: affogato in mare – alla morte del padre.

Entrambi i film ben girati, attori tutti bravi che riescono a dare qualche credibilità, ma tutto troppo, troppo, decisamente troppo. Che ci vuole a scrivere una sceneggiatura in cui ogni quarto d’ora c’è o un morto o una notizia di morto o un evento drammaticissimo, senza che mai se ne avverta la necessità rispetto alla storia raccontata?

Due storie costruite a tavolino col manuale del bravo scrittore o del bravo sceneggiatore. Irritanti.

Mia madre (Nanni Moretti)

Mia madre
E’ un film – delicato quanto può esserlo considerato l’argomento – sulla morte. Meglio: sull’avvicinarsi della morte richiamato dalla morte delle persone care.

Nell’ordine naturale delle cose, stavolta, quindi senza la drammaticità de “La stanza del figlio”, con le esistenze sconvolte dalla morte di un figlio, di un fratello piccolo. Qui muore una madre, una nonna.

Nanni Moretti si sdoppia nella coppia di sorella/fratello al capezzale della mamma. Ritaglia per sè/attore la parte ragionevole, pensosa, tranquilla, tuttavia insofferente al lavoro routine, tanto da lasciarlo, e lascia a Margherita Buy, che non a caso impersona una regista, la propria parte nevrotica ansiosa intollerante.

Intorno, tutti personaggi dolenti – l’ex marito, il compagno mancato, l’infermiera, l’attore che non ricorda le battute, i compagni di set – e tendenzialmente spenti da esistenze che si intuiscono faticose, nelle quali il piacere non ha lasciato tracce consistenti. Fa eccezione, con la sua vitalità, la nipote liceale, a cui la nonna regala le ultime lezioni di latino, ma fa eccezione, sembra, solo perchè giovane, solo perchè “non sa ancora”. Fanno anche eccezione, per la verità, gli ex alunni ora di mezza età, rimasti affezionati alla professoressa di latino e che regalano ai figli qualche bel ricordo inedito.

Il film nel film è una scelta di sceneggiatura già sperimentata ne “Il caimano”, che qui mi pare risulti un po’ debole, ma che benedico per la presenza di John Turturro, che ci regala una gamma completa di prova d’attore, fino al memorabile ballo – non manca mai un momento “musical” nei film di Moretti – godibile non meno del Jesus de “Il grande Lebowsky”.

Gli ultimi fotogrammi sul bel viso di Margherita Buy mentre torna sulle ultime parole – forse reali, forse immaginate, ma che importa – scambiate con la madre trasmettono il passaggio dalla sofferenza per la morte della persona cara all’incedere della consapevolezza dell’inevitabile avvicinarsi della propria.

Il capitale umano (Paolo Virzì)

Quello che si chiama un film riuscito, ben fatto, che si vede con soddisfazione.
Il tema delle due famiglie di livello sociale e culturale diverso, che permette di esplorare i diversi contesti sociali e le contraddizioni che nascono, accompagna Virzì dai quasi esordi di “Ferie d’agosto”.
Qui c’è in più un vero giallo con un morto in un incidente che si rivelerà colposo, anche se classificarlo “thriller” come fa Mymovies mi è sembrato eccessivo.
Il racconto si svolge in una spirale in cui la storia, vista volta a volta dal punto di vista di un personaggio diverso, si arricchisce di particolari che confermano o sviano rispetto alle precedenti ipotesi. Il meccanismo è bel oliato – addirittura “troppo”, a tratti – dalla sceneggiatura.
Gli attori: tutti bravi, gran parte del meglio del cinema italiano. A voler cercare il pelo nell’uovo forse lo spiritello commedia all’italiana ha reso Bentivoglio anche troppo gaglioffo, mentre tutti sopra la media gli altri – Valeria Bruni Tedeschi, Luigi Lo Cascio, Valeria Golino – con una citazione particolare per Fabrizio Gifuni che a me è parso semplicemente perfetto.

Still life (Uberto Pasolini)

Un omino piccolo e buono, senza una vita privata, tutto dedito, da un triste ufficio comunale di un quartiere londinese, a rintracciare i parenti di persone sole, decedute.
Svolge il suo lavoro con passione e sollecitudine, ovviamente – scontato in questo tipo di personaggi – con meticolosità vicina all’ossessività per i particolari, e perciò gli oggetti tutti perpendicolari sulla scrivania, etc.
Una nuova morte, un nuovo incontro, potrebbe cambiargli la vita.
L’happy end ci è risparmiata, ma non ci è risparmiato un finale che ho pensato lo avrà obbligato il produttore. Invece il produttore è lo stesso regista, che sta nel cinema – ho scoperto – principalmente proprio come produttore, e produttore di fiuto, visto che suo è stato Full Monty.
Peccato che nel duello tutto interiore che io immagino essersi svolto fra regista e produttore abbia prevalso il produttore, e il regista/sceneggiatore non si sia affidato ad un altro sceneggiatore per un finale diverso.
Gli ultimi due minuti, solo quelli.
Comunque visto volentieri.

Pina (Wim Wenders)

Non mi sono mai appassionato per la danza, e “Pina” è un po’ che lo tengo lì, in attesa.
È arrivata la serata giusta, e Pina è uno di quei film che vanno visti, piaccia o non la danza.
Dev’essere stata una persona straordinaria, Pina Baush, anche solo da come ne dicono i suoi compagni d’arte.
Wenders ci ha aggiunto ambientazioni esterne – mai paesaggi esotici o “belli” – che mi hanno ricordato quando “Paris Texas” e quando certi scorci di Pasolini in Teorema o in Medea.
Della danza, delle coreografie, dei danzatori – corpi capaci di qualsiasi – non so dire altro che riprendere una frase lì ascoltata: quando le parole non arrivano a dire, parla il corpo.
Stavolta il 3D credo ne sarebbe valsa la pena.

Venere in pelliccia (Roman Polansky)

Due soli attori – un’attrice strappa fuori tempo un’audizione ad un regista – mettono in scena una sequenza di scambio di ruoli scambio di parti scambio di persone.

La magia di Polansky sta nel farci passare dal livello reale (attrice / regista) al livello teatrale (donna / uomo) al livello lotta di potere fra i sessi al livello scambio di ruolo con qualche intervallo di cambio di prospettiva (l’attrice conosce davvero la fidanzata del regista? sta davvero facendo lì un lavoro diverso da quello dell’attrice?), il tutto miracolosamente privo di sbalzi, senza fare alcuna fatica nel sapere “dove siamo adesso” e tuttavia con la continua sorpresa del trovare uno al posto dell’altra o al posto di se stesso in altro ruolo.

E’ il tema del potere nelle relazioni di coppia che viene esplorato qui agli estremi del piacere della sottomissione e della dialettica servo/padrone. Come nei precedenti, e altrettanto belli, “La morte e la fanciulla” e “Luna di fiele”.

Infine, piacere inaspettato, ho scoperto che Polansky sta per girare un film su Dreyfus, tratto da L’ufficiale e la spia di Robert Harris, che ho appena letto.

Grande regista, Polansky.

18Filmografia Israele

Per ora vado a memoria, un po’ alla rinfusa. Mi propongo di approfondire. Sono graditi suggerimenti.

The believer

Il giardino dei limoni

Valzer con Rashid

Private

Lebanon

La sposa siriana

Munich

Vai e vivrai

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