Story / Dialoghi (Robert McKee)

Nel tempo, ho letto tutto ciò che mi è capitato circa come si scrive, il senso dello scrivere, eccetera: dalle Lezioni americane di Calvino a Carver, Yehoshua, Piperno, Franzen, Vargas LLosa, Patricia Highsmith e altri che ora non ricordo.

Ho letto anche testi su come si scrive una sceneggiatura, come si racconta una storia, sulla struttura dei miti riconoscibile in ogni drammaturgia.

I due volumi di Robert McKee sono quanto di meglio possa desiderare chi abbia di questi interessi, direi proprio che saziano.

I concetti fondamentali sono essenzialmente pochi, e sono esattamente esposti all’inizio di ognuno dei due testi, che procedono a spirale: un concetto alla volta viene ripreso, spiegato, esemplificato.

Ogni ripetizione si arricchisce di contenuto finchè il concetto acquista una forma, un colore, diventa sudore, fatica e, infine, soddisfazione.

Se un concetto ho trovato espresso con più forza e originalità che in qualsiasi altro testo, questo è la necessità che, chi scrive, sia capace di stare davvero dentro non solo al protagonista, ma ad ogni singolo personaggio, con carne e sangue, con il corpo, non solo con l’intelletto.

Come non mai mi sono reso conto che la buona, l’eccellente scrittura, non è di per sè sufficiente a scrivere un buon testo.

L’analisi dei dialoghi di Lost in traslation (Sofia Coppola), la straordinaria capacità di dire tanto con il minimo delle parole, mi ha fatto venir voglia di rivedere, forse per la terza o quarta volta, uno dei film che più amo. Attenzione: per chi scrive racconti, o romanzi, le osservazioni di McKee sono altrettanto utili che per chi scrive sceneggiature.

Da non mancare, per chi vuole imparare anche qualcosa su di sè, circa il piacere e la dannazione di scrivere.

Più lontano ancora (Jonathan Franzen)

Una raccolta di articoli, riflessioni, presentazioni.

Una miniera di indicazioni di libri da leggere. O da non leggere.

Le pagine dedicate all’amico David Foster Wallace restituiscono la grandezza dello scrittore e la sua pochezza umana senza che l’amicizia vacilli.

“La narrativa autobiografica” è uno dei testi più interessanti e veri che ho letto sullo scrivere, da parte di chi scrive. Ecco le quattro domande – “il prezzo che dobbiamo pagare per il piacere di apparire in pubblico” – antipatiche alle quali tocca rispondere:

1. Da quali autori ti senti influenzato?
2. In quale momento della giornata lavori, e come scrivi?
3. Succede anche a te che i personaggi prendano il sopravvento e ti dicano cosa fare?
4. La tua narrativa è autobiografica?

Una chicca a caso: “L’homo sapiens è l’animale che vuole credere, a dispetto della dura legge naturale, che gli altri animali facciano parte della sua famiglia. Potrei presentare ottimi argomenti etici a favore della nostra responsabilità verso le altre specie, eppure a volte mi chiedo se, fondamentalmente, la mia preoccupazione per la biodiversità e il benessere degli animali non sia una specie di regressione alla mia cameretta di bambino e alla sua comunictà di pupazzi di peliche: un sogno di coccole e armonia fra le specie.”

Il mio romanzo viola profumato (Jan McEwan)

Un libretto di meno di cinquanta pagine, diviso in due.

Nella prima metà un raccontino delizioso sulla gloria degli scrittori affidata alla casualità, alla nemesi, alla slealtà.

Nella seconda metà una riflessione profonda, sempre con la scrittura leggera di cui McEwan ci delizia anche quando scrive di tragedie, sull’io come forma narrativa.

Da non mancare.

Per Isabel (Antonio Tabucchi)

Una bella sorpresa in libreria, incontrare un testo inedito di Antonio Tabucchi. Anche questo un racconto lungo – non capisco il bisogno dell’editore di farlo passare per romanzo – a cerchi concentrici, a mandala dice Tabucchi.

Il protagonista è alla ricerca di senso, forse di perdono, sulle tracce di Isabel, scomparsa misteriosamente dopo essere entrata in clandestinità nel Portogallo di Salazar, forse morta, forse finta morta, forse chissà.

La ricerca ci fa incontrare personaggi e luoghi, ciascuno dei quali fornisce un pezzetto di verità, una briciola di Pollicino sulla strada di Isabel.

Sia il protagonista sia Isabel sono leggeri, vogliosi di o disponibili a scambiare conoscenza ma lontani dalle passioni, aerei.

Dice la nota finale della curatrice che Tabucchi lo teneva nel cassetto da diversi anni, che ne aveva parlato, forse ci stava rimettendo mano prima di ammalarsi e morire, ed io ammiro l’integrità morale di non mandare in giro qualcosa di cui non era evidentemente ancora del tutto convinto, e che invece a me arriva come un regalo inaspettato, allo stesso livello del resto della sua opera.

Da leggere, senza riserve.

PS: mi sono soffermato ad analizzare alcune pagine (da 102 a 106) che contengono una sequenza di dialogo tutta nel corpo di soli tre paragrafi, e mi sono messo a sottolineare le espressioni verbali con cui la parola passa all’uno e all’altra, e questo è il risultato:

osservai — disse

dissi — continuò

dissi — continuò

dissi — continuò

continuò

ripetei — disse

chiese

risposi — rispose

risposi — disse

pregai — continuò

sussurrò

risposi — continuò

disse

risposi — continuò

dissi — disse

ripetè

dissi — disse

disse

rassicurai — continuò

chiese

risposi — continuò

chiese

risposi — chiese

dissi — chiese

risposi — confermò

Su quarantadue, ben trentasei sono sostanzialmente “neutre” (dissi/e, continuai/ò, chiesi/e, risposi/e) e soltanto sette hanno una valenza più significativa (osservai, pregai, sussurrò, rassicurai, confermò, ripetè).

Mi sono messo a fare questo elenco perchè all’inizio avevo notato quasi soltanto i dissi / disse, ed ero sorpreso di come il tutto scorresse comunque fluido e piacevole, nonostante le ripetizioni che in qualsiasi scuola di scrittura sarebbero state decisamente represse.

Mi sono anche chiesto con quale criterio uno scrittore scelga di differenziare i dialoghi con una iniziale – ” << etc oppure preferisca mantenerli nel corpo generale. Al momento non ho risposta. Anche come lettore non saprei. Penso che abbia a che fare con l'intenzione di staccare o di dare continuità. Da approfondire

Scrittori, diritto d’autore, editoria digitale

Con gli e-book sarà, presto, la fine non dei libri, ma dei diritti d’autore.

È da quando ci sono (c’erano) le cassette audio che copiamo i dischi, ma con i cd prima ed i file via peer to peer oggi, i dischi (i cd) non si vendono quasi più, tranne riedizioni a basso costo, o rimasterizzazioni di vecchi successi, come, di recente, l’opera omnia (si può dire della musica?) dei Beatles.

Diverso per i film, perchè la copia, anche buona, non può mai rendere l’originale sul grande schermo, o l’esperienza del “vederlo insieme a tanti altri”.

Per la musica, l’esperienza collettiva si esprime nel concerto. E infatti io credo che il grosso del business musicale si sia spostato sul grande concerto.

Ho pensato che fosse una buona cosa, per la musica, che non si riuscisse più a guadagnare tanto dalla vendita delle riproduzioni, e ci si dovesse spendere nei concerti dal vivo. Sarebbe rimasto, oltre ai pochi big, chi aveva davvero qualcosa da comunicare.

Non so se fosse una previsione corretta.

Per i libri la vedo più difficile. Ma mi pare certo che, una volta che – non ci vorrà molto – tutti saremo dotati di tablet o simile, la diffusione dei testi in e-book via web sarà sempre maggiore, e se gli ostacoli che le major discografiche e cinematografiche hanno opposto non hanno funzionato per musica e cinema, figuriamoci con un piccolo file di pochi kb.

Perciò, quale casa editrice pagherà più un autore per il suo lavoro? Forse è per questo che, sempre di più, lo scrittore tende ad essere personaggio, ed il giro per librerie e associazioni culturali per la presentazione del libro tende a somigliare un po’ – fatte tutte le proporzioni, si capisce – al tour per il nuovo cd.

Forse è un passo indietro? Non so… mi capita di conoscere una scrittrice famosa e, a parte il piacere intellettuale della conversazione e del confronto, non sono sicuro che conoscerla di persona mi abbia fatto apprezzare di più i suoi libri.

In fondo, ogni scrittore mette sè in quello che scrive, non può che essere così, ma ciò che avrà scritto sarà altro da sè (se no perchè lo avrebbe scritto, invece di viverlo?), ed il confronto fra la persona scrittore e la persona lettore è meglio, secondo me, che avvenga “attraverso” il libro. Il contatto diretto “sporca”, in una qualche misura, la fruizione.

Prevedo – a breve, a breve – un’editoria più democratica e più confusa. Da una parte, tanta immondizia sarà più facile contrabbandare attraverso il web. Dall’altra, è sicuro che il preteso talento nascosto troverà il proprio legittimo spazio più di quanto non gliene sia stato concesso dal filtro dei lettori delle case editrici?

Magari sarò smentito. Intanto la lascio (la profezia) a futura memoria.

“Scrivo sempre quando dormi” (variazioni)

“Scrivo sempre quando dormi” significa che aspetto che tu dorma, per scrivere. Forse mi piace scrivere da solo, o forse non voglio sottrarre tempo a noi, quando sei sveglia.

Ma ecco che basta una sola virgola, e la frase cambia di senso:
“Scrivo sempre, quando dormi” vuol dire che, quando tu dormi, io non faccio altro che scrivere. Il che, puo avere a sua volta una serie di significati diversi: può essere il mio modo di coprire il vuoto della tua presenza, oppure che il graffiare della penna, il fruscio dei fogli, sono suoni che ti conciliano il sonno.

Si può enfatizzare, mantenendo il significato, mettendo “sempre” all’inizio della frase:
“Sempre, quando dormi, scrivo”: ho dovuto aggiungere ancora una virgola. La frase è meno fluida, più puntuta: le pause indotte dalle virgole creano sospensione, drammatizzano.

“Dormi sempre quando scrivo” sposta l’accento dallo scrivere al dormire. Forse che ti addormenti, quando scrivo? Il mio scrivere ti concilia il sonno? Non ti piace che io scriva?

Anche qui, una virgola al centro “Dormi sempre, quando scrivo” sembra introdurre un tono di rimprovero, come se tu fossi assente – dormi – mentre io faccio qualcosa che mi piacerebbe condividere con te.

“Sempre, quando scrivo, dormi”: qui ho invertito di posizione di “scrivo” e “dormi”. E così “quando scrivo“, messo tra due virgole, come un inciso, resta sulla sfondo, mentre “Dormi”, messo in chiusura di frase, con “sempre” all’inizio, acquista forza.

Mentre scrivo, mi rendo conto di aver presupposto, come se fosse naturale così, un uomo che scrive ed una donna che dorme. Nella realtà potrebbe benissimo essere l’inverso, oppure i due potrebbero essere coetanei o di età molto lontane, potrebbero essere marito e moglie o una coppia di amanti o di giovani fidanzati, potrebbero essere figlio e madre, figlia e padre, sorella e fratello, amico e amica o amico e amico e insomma la natura della relazione tra le due persone potrebbe cambiare del tutto il significato di ciascuna delle frasi.

Credo si potrebbe continuare a lungo. Queneau andò avanti novantanove volte.

PS: insomma, vi rendete conto 🙂 di quanto sia difficile scrivere?

Kristof Agota

“E quando avrai troppa pena, troppo dolore, e se non ne vorrai parlare con nessuno, scrivi. Ti aiuterà.”

da “Trilogia della città di K”.

Ho sentito poco fa alla radio che è morta. Davvero una perdita.

Perchè scrivo

So bene come ho cominciato: in collegio, come dialogo con me stesso. Erano scritti che non si aspettavano di essere letti. E’ stato il modo in cui mi sono leccato – qualche volta, a posteriori posso dirlo, proprio curato – le ferite. Erano quaderni, in collegio. Poi, le prime sofferenze d’amore sono passate da quei blocchi con le grappettone nella parte alta. Fitti fitti in certi casi quasi un flusso di coscienza.

Adesso è diverso. Adesso non è più un bisogno, anche se qualche mancanza in giro tende a rendermi più produttivo, ma senza che sia più una regola. Adesso è un piacere. Di cui sento di non dover rendere conto a chicchessia.

Qual’è, dunque, il significato che do a pubblicare, nei modi in cui riesco a farlo, quello che scrivo? In ultima analisi credo sia (mi mantengo qualche margine di dubbio: nessuno può mai essere certo della ragione profonda delle proprie azioni significative) la voglia di comunicare.

Questo, lo so, è in contraddizione con la civetteria di non dare, qui, informazioni oltre al mio nome, che peraltro è piuttosto comune, quindi non mi rende identificabile immediatamente da chi non sappia già.

Ci tornerò sopra. Magari scoprirò qualcosa di nuovo. O qualcuno mi aiuterà a farlo.

Un’altra ragione, infatti, questa appresa abbastanza di recente, è che scrivere mi restituisce, attraverso chi legge e me ne dice, informazioni su ciò che ho scritto di cui non ero consapevole. Punti di vista che non sapevo di aver prodotto. Questo è, di per sè, già molto nutriente.

La necessità di autorizzarsi a scrivere

 

Una mia amica – scrittrice più che affermata – è un po’ preoccupata perchè, per la prima volta, per il libro che ha quasi finito di scrivere, non sente di essersi autorizzata.
Non lo sapevi di questa cosa dell’autorizzazione?
E’ abbastanza scontato che, con il ‘900, tutto quello che si poteva dire è stato detto.
Perciò, perchè continuare a scrivere?
Scrivere implica una certa presunzione. Anzi: non tanto scrivere di per sè, quanto scrivere con l’idea che ciò che si scrive sia degno di essere letto da altri.
Dunque?
Dunque mi autorizzo a scrivere – dice, e spero di non tradirne il pensiero – se almeno posso portare un punto di vista anche parziale ma che abbia una sua originalità, o ragion d’essere.
E’ come un’istanza morale.
Come se, trovandosi lo scrittore nella posizione di dio, dovesse per questo sentire su di sè una particolare responsabilità.

Come scrivo

Ho il vezzo di scrivere, in prima stesura, con una penna stilografica. Strumento ibrido, perchè non è nemmeno una “vera” penna stilografica, di quelle con serbatoio a pompetta, ma è di quelle con il caricatore. Che però, una volta esaurito il primo, non ho mai cambiato. Perchè ho preferito comprare un barattolo d’inchiostro blu e intingervi il pennino. Un vezzo, come dicevo: mi piace vedere l’inchiostro in più che scola lungo la boccetta quando faccio scorrere la punta del pennino sull’orlo della bottiglietta, e mi piace il rumore del pennino sulla carta.

Scrivo e correggo cancello su fogli A4 preferibilmente di riciclo. Quando ho scritto cinque o sei pagine – o tre / quattro: non mi sono data una regola precisa – trascrivo sul pc. E’ già il momento di prime correzioni, aggiunte, sostituzioni, cancellazioni.

Stampo e rileggo. Correggo e cambio sulla carta, poi di nuovo al pc e così via, finchè non sono soddisfatto.

A volte chiedo un feedback a chi so che saprà essere critico il giusto, e tengo conto delle osservazioni. Qualche volta mantengo il punto, qualche volta cambio.

Più o meno è tutto. Poi c’è la fase dell’editing: cercare le “è” che devono diventare “é”, le ripetizioni non volute, i refusi veri e propri, e infine portare il testo in formato stampabile su carta, in formato adatto al web, in formato per e-book. Mi sto facendo, quindi, una cultura su vari fronti.