La ventisettesima città (Jonathan Franzen)

Sconclusionato, è l’aggettivo che userei se dovessi sintetizzare in una sola parola.
Ma per fortuna dispongo di altre parole, e allora mi sforzerò di spiegare come nonostante tutto – avendo da tempo abbandonato il masochistico impegno di arrivare comunque alla fine di un libro cominciato – sia arrivato all’ultima di queste seicento pagine.

Un complotto ordito da una – inverosimile proprio non basta – giovane indiana (dell’India) che si trova a capo della polizia di St. Louis, capitale del Missouri, e che utilizza un paio di decine di agenti indiani (sempre dell’India) che a lavoro finito scompariranno nel nulla tornando a Bombay.

“A lavoro finito” sarebbe da spiegare, perchè del complotto non si conoscono nè finalità nè complici, mentre se ne conoscono oppositori e grumi di interessi che si fanno e disfano: personaggi che cadono, che tradiscono, che sospettano. Nessuno che ne esca vincitore.

In questo contesto fondamentalmente putrido si allacciano e sciolgono relazioni personali affettive e di vario genere.

Nella caratterizzazione dei protagonisti Franzen dà il meglio di sè, e lungo il percorso si incontrano quelle tre quattro pagine di seguito che, ad esempio, ci conducono da una serata moglie marito che nasce affettuosa e che tracima in veleno possente e che non ci fanno pentire di aver resistito, tanto sono godibili e ben scritte.

Sulla scrittura niente da dire. Sulla costruzione dei periodi, invece, la prima volta può essere interessante arrivare a capire solo dopo un paio di pagine di chi si sta parlando – è anche giusto chiedere attenzione al lettore – ma la ripetizione indefinita della tecnica la riduce ad un trucco e ad un’inutile complicazione, specie quando la stessa persona si sta proponendo con un’altra identità, altro nome eccetera. Qui la lettura diventa inutilmente faticosa.

Tornando alla storia, da una parte suona magica la capacità di tenere tutti i fili ed assegnare a tutti una funzione e con una certa coerenza d’insieme, ma dall’altra prendersi la libertà di far succedere qualsiasi cosa, proprio qualsiasi cosa, e pretendere che suoni verosimile solo perchè è straordinariamente ben scritta, trovo che alla fine sia troppo facile, e anche non del tutto rispettoso del lettore.

Concludo con uno strano senso di ammirazione e fastidio.

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