Perchè scrivo

So bene come ho cominciato: in collegio, come dialogo con me stesso. Erano scritti che non si aspettavano di essere letti. E’ stato il modo in cui mi sono leccato – qualche volta, a posteriori posso dirlo, proprio curato – le ferite. Erano quaderni, in collegio. Poi, le prime sofferenze d’amore sono passate da quei blocchi con le grappettone nella parte alta. Fitti fitti in certi casi quasi un flusso di coscienza.

Adesso è diverso. Adesso non è più un bisogno, anche se qualche mancanza in giro tende a rendermi più produttivo, ma senza che sia più una regola. Adesso è un piacere. Di cui sento di non dover rendere conto a chicchessia.

Qual’è, dunque, il significato che do a pubblicare, nei modi in cui riesco a farlo, quello che scrivo? In ultima analisi credo sia (mi mantengo qualche margine di dubbio: nessuno può mai essere certo della ragione profonda delle proprie azioni significative) la voglia di comunicare.

Questo, lo so, è in contraddizione con la civetteria di non dare, qui, informazioni oltre al mio nome, che peraltro è piuttosto comune, quindi non mi rende identificabile immediatamente da chi non sappia già.

Ci tornerò sopra. Magari scoprirò qualcosa di nuovo. O qualcuno mi aiuterà a farlo.

Un’altra ragione, infatti, questa appresa abbastanza di recente, è che scrivere mi restituisce, attraverso chi legge e me ne dice, informazioni su ciò che ho scritto di cui non ero consapevole. Punti di vista che non sapevo di aver prodotto. Questo è, di per sè, già molto nutriente.

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