The affair 1-2-3

Giunto alla fine della terza serie – dieci-dodici-dieci episodi – mi chiedo che cosa mi abbia spinto ad arrivare alla fine, visto che a raccontarne la trama così com’è la banalità potrebbe sopraffare il più volenteroso.

Nella prima parte Noah, uno scrittore – tre bei figli, sposato con la bella moglie Helen – è in vacanza in una zona di vacanze per ricchi (i genitori della moglie) e si innamora di Alison, in crisi per la morte di un figlioletto: passione, tradimento, separazione, casini vari anche da parte di Cole, marito di Alison.

Nella seconda parte lo sviluppo di questa nuova relazione, un nuovo matrimonio, e infine un omicidio stradale, intorno a cui ruotano i personaggi principali senza sapere l’uno dell’altro e che è il fulcro drammatico dell’intera serie, perchè Noah se ne dichiarerà inesplicabilmente responsabile e andrà in prigione.

Nella terza parte la discesa agli inferi di Noah, dipendente da una medicina prescrittagli inizialmente per il dolore da una frattura causatagli da un secondino sadico. La separazione da Alison, che in un momento di passione ha fatto una figlia con l’ex marito, il nuovo compagno di Helen, ex moglie di Noah, il ricovero in una clinica psichiatrica di Alison, che per questo lascia la figlia all’ex marito, nel frattempo risposatosi.

Nella terza parte i passati di ciascuno tornano e si intrecciano con le vite presenti che tutte si ingarbugliano.

La storia in sè. dunque, non è un granchè.

I passaggi emotivi, invece, sono tutti descritti in modo credibile, e qualche volta “spiegati” da qualche protagonista, senza che ciò risulti mai didascalico, in modo così piano ed efficace che se ne potrebbe suggerire la visione ad uno studente di psicologia che voglia specializzarsi in relazioni di coppia e triangolazioni varie.

In tutte queste relazioni, infatti, il fattore drammatico è la “necessità” di scegliere, è il fattore o/o mentre tutti tenderebbero a e/e, senza mai verificare se questo sia effettivamente possibile, vivibile. Soccorre l’ultimo personaggio, l’insegnante – francese, manco a dirlo, e questo è un limite stereotipato, per quanto abbastanza ben reso – che si innamora di Noah, lo rimette in sesto, e ci dice quanto abbia sofferto per la vita libera del marito, ora morente, di cui è stata studentessa e il quale considera la monogamia un complotto borghese.

La divisione in due di ogni puntata, con la stessa storia raccontata dal punto di vista dei due protagonisti principali della puntata è un bel “trucco di sceneggiatura”, che a lungo andare suona un po’ trito. Devi comunque essere un grande sceneggiatore per tenere in piedi una storia quasi senza storia, quasi solo basata sui movimenti emotivi.

E’ prevista la quarta serie: sarebbe potuta benissimo finire qui, ma le serie purtroppo vanno avanti fino a quando non si possono più vedere. Magari reggerà, come in fondo hanno retto più che dignitosamente The good wife e Homeland, tanto per dire i primi che mi sono venuti in mente.

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